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En mi Mexico

Mag, 2001 ~ Lascia un commento ~ Written by cobbretto

Il tramonto è davvero incantevole, e appena il buio ci circonda accendiamo la candela che abbiamo portato con noi, la mettiamo nel mezzo, e restiamo a parlare seduti sulla sabbia; quando pensiamo che sia passato tempo a sufficienza, prendiamo la torcia e tentiamo la nostra spedizione alla ricerca delle impronte: non troviamo neanche una tartaruga, ma una quantità impressionante di granchi che scappano impazziti alla vista della luce, e un’infinità di altri piccoli animaletti. Ci possiamo godere anche uno straordinario effetto della spiaggia che non ho mai visto prima: scuotendo la sabbia nel buio questa si accende di mille piccole luci, dovute all’eccezionale ricchezza di plancton, che schizzano in ogni direzione, e lo stesso fenomeno si ripete anche dentro l’acqua, facendola brillare. Ci giochiamo per tutto il nostro percorso, scalciando la sabbia divertiti, ma delle tartarughe nessuna traccia; alla fine rinunciamo e torniamo alle nostre amache, dove io e il francese rimaniamo a parlare. E’ uno studente d’arte che lavora a un suo personale progetto di ricerca e studio sulle forme artistiche delle popolazioni alle estremità del mondo: ha iniziato a documentarsi fermandosi per un paio di mesi in una regione eschimese, ora ha vissuto per sei mesi in un piccolo villaggio sui monti del Chiapas, e ha in programma altri sei mesi tra gli aborigeni australiani prima di concludere l’esperienza con un anno in Tibet. In Chiapas ha lavorato in una scuola, insegnando arte a una quindicina di bambini tra i 5 e i 15 anni, di cui mi mostra le foto con occhi ancora trasognanti, con una passione accesa, che lo trascina in commossi racconti sulle storie di quei bambini e sulla bellezza di tutta quell’avventura terminata solo pochi giorni fa. Guardo il suo viso emozionarsi a ogni dettaglio, e mi accorgo che i suoi racconti devono essere più per sé stesso che per me, come spesso succede in questi casi, ma questo non riduce il fascino di quelle storie, e rimango ad ascoltarlo fino a non so che ora del mattino.

    Mi risveglio con l’idea di partire questo stesso pomeriggio per Città del Messico, ma poi devo cedere all’incanto di Mazunte. E’ già il 22, restano solamente cinque giorni prima che l’aereo mi riporti via, ma nonostante i contrastanti racconti sulla capitale, ascoltati dai vari compagni di viaggio, mi abbiano fatto venire un desiderio smanioso di quella enigmatica e sconfinata città, decido comunque di indugiare ancora un giorno in questo paradiso. Lascio che il mio corpo goda per l’intera giornata dello splendido sole e dell’acqua, alternando il piacere morbido e rilassante di una fresca doccia a quello vigoroso dei bagni tra le imponenti onde dell’oceano (ci sono correnti anche qui, ma sono molto meno violente che a Puerto Escondido e si riesce a fare il bagno senza troppi rischi).

Giunta sera, facciamo una solenne tavolata con tutti gli ospiti dell’ostello per festeggiare il compleanno di una ragazza canadese, con Carlos, nel ruolo del gran maestro di cerimonie, a dispensare tè e porzioni di un improvvisato dolce fatto con biscotti, crema e arance; terminiamo poi con un altrettanto ardito, o forse più, pentolone di riso preparato dall’artista francese con un condimento di cocco, papaya e cannella (le sole cose che c’è riuscito di trovare). Riempita la pancia, tutti si accomodano nei loro giacigli con vista sul mare, e restiamo io, il francese, e una coppietta di svizzeri cui mancano un paio di settimane per terminare i sei mesi di vacanza che, come ogni anno, alternano a un periodo di duro ma fruttuoso lavoro nella loro nazione. Fumiamo insieme per buona parte della notte, dondolandoci beatamente sull’amaca e parlando del Messico, dei viaggi, e della differenza, sottile ma sostanziale, tra turisti e viaggiatori, decretando più o meno, al termine di un lungo scambio d’idee, che il turista va in un paese per vederlo, mentre il viaggiatore ci va per conoscerlo, che non è solo osservare, ma sentirsi parte di esso. Quando poi, dopo aver sistemato il mosquitero, chiudo gli occhi e sono quasi sul punto di addormentarmi, arriva dal cielo un evento prodigioso: una serie interminabile di lampi, silenziosi, senza mai un tuono, senza che ci sia una sola goccia di pioggia, ma luminosi come non è possibile immaginarne (per i maligni: è davvero una visione straordinaria, non è l’effetto dell’erba). Alcuni rischiarano tanto da far sembrare che sia giorno, da permettere all’occhio di distinguere persino i colori; per interi secondi si vede perfettamente tutta la baia, fino a rendere riconoscibili i contorni del mare giù all’orizzonte. Uno spettacolo IN-CRE-DI-BI-LE!!

I lampi sono talmente frequenti e lunghi che penso di poter persino fotografare quest’eccezionale scenario notturno, così mi alzo e arrivo a tastoni a prendere la macchina fotografica per avviarmi verso la spiaggia, e sulle scale, illuminate da uno dei lampi, trovo il francese, con in mano la sua macchinetta, che ha avuto la mia stessa idea. Faccio due o tre foto, ma ho la sensazione di non essere abbastanza rapido: mentre le scatto il progetto comincia a sembrarmi un po’ troppo ambizioso, non credo che le foto verranno.

Il giorno che ne segue è davvero l’ultimo in questa deliziosa beatitudine: al termine della mattinata tra tuffi e giochi in acqua, e dopo essermi rifocillato con un bel piatto di pasta insieme agli altri, Laurent, il ragazzo svizzero, mi accompagna a prendere un mezzo per Pochutla, da dove potrò prendere l’autobus notturno per Mexico DF, la capitale.

    Fino adesso, a ogni partenza, l’attesa per la nuova destinazione è sempre stata più forte del desiderio, pur grande, di rimanere; qui invece, per la prima volta, sento l’anima spaccata in due, e la parte che vuole fermarsi mi morde dentro, forse anche perché so che Città del Messico sarà la mia ultima tappa, la fine del mio viaggio, e mi pesa doverci andare, ma è giunto il momento: arriva il camioncino, di quelli, divenuti ormai familiari, che nei piccoli paesi sostituiscono abitualmente l’autobus, e ci salgo su. Arrivo a Mexico DF verso le 10 della mattina, e vado diretto verso l’ostello Moneda, che mi è stato caldamente raccomandato da tutti quelli che sono passati di là, e che in effetti è un’ottima sistemazione: centrale, pulito e ben organizzato. Poso i bagagli e mi dirigo subito a visitare l’imperdibile, stupefacente Museo Nacional de Antropologia: 23 sale, per un totale di 5 chilometri di esposizioni ricchissime su tutto ciò che riguarda le popolazioni indios di tutto il Messico, dal 1000 a.c. fino ai nostri giorni; un luogo nel quale varrebbe la pena passare ben più delle poche ore che mi restano a disposizione prima della chiusura, ma devo accontentarmi di vedere il più possibile con il tempo che ho.

E’ sera, e mi fermo a guardare lo zòcalo, che si trova a pochi metri dall’ostello: è un’enorme piazza quadrata con gli angoli arrotondati, delimitata dalla strada che le cammina intorno, e nella piazza, oltre alla monumentale bandiera del Messico che i militari ripongono ogni pomeriggio alle 6 con un solenne cerimoniale, non c’è assolutamente nulla; è un solo sconfinato marciapiede, magnifico, che nell’oscurità appare ancora più grande. Oltre la strada, invece, al fianco della cattedrale che di notte risplende di luci illuminando parte dello stesso zòcalo, c’è un altro spiazzaletto in piena vita, animato da musiche e balli popolari, esibizioni di artisti da strada, c’è un piccolo mercatino di artigianato, libri, magliette, e da una parte spiccano i chioschetti per gli immancabili tacos, con cui ceno. Una volta sazio cedo alla stanchezza e rientro in ostello, dove vado a dormire dopo essere stato un po’ nella hall con due ragazze irlandesi e uno statunitense. La mattina, uscendo dall’ostello per andare a conoscere meglio questa smisurata città, vedo delle bancarelle in fondo alla strada, dal lato opposto allo zòcalo, e mi ci avventuro incuriosito. Mi ritrovo in mezzo a un mercato sterminato, dieci, quindici isolati, forse di più; cammino, e qualsiasi via provi a prendere mi si ripresenta lo stesso scenario: bancarelle a perdita d’occhio. Devo camminare ancora parecchio prima di tornare allo zòcalo, dove ritrovo, nella piazzetta vicino la cattedrale, la stessa spumeggiante vitalità della sera prima: venditori sistemati a ogni lato, balli tradizionali con musiche di tamburi, e un’incredibile baraonda di passanti, nella stessa attività ininterrotta che s’incontra ogni volta che si passa da lì. Arrivo poi al Palazzo Nazionale, dall’altra parte dello zòcalo, ad ammirare i murales di Diego Rivera, opere straordinarie, che stanno lì a raccontare la storia del Messico.

Verso l’ora di pranzo comincio a guardarmi attorno cercando un buon posto per mangiare, e ne trovo uno dall’aspetto sobrio con esposta una lista di piatti; mi avvicino a leggere e vedo nell’intestazione la scritta “botanas”. Il nome mi appare un tantino ambiguo, anche perché sulla locandina, accanto alla scritta, ci sono disegnate tre conturbanti fanciulle, però la lista dei secondi mi sembra alquanto impropria per un bordello, così mi affaccio per capire meglio, dentro è un posto semplice e accogliente, e mi accomodo. Scopro così una delle meravigliose, tipiche “cantinas”: dei vivaci localetti rustici in cui si consuma da bere, e insieme, per accompagnare, viene servito un piatto a scelta (le botanas, appunto) incluso nella consumazione, e non è raro incontrarci anche qualche mariachi che intrattiene gli avventori, animando con la musica le già allegre bevute in compagnia; è un ambiente vivace, molto “messicano”, dal quale esco sazio ed entusiasta per la fortuita quanto fortunata scoperta. Più tardi, in ostello, leggo un’e-mail che mi manda una ragazza di New York conosciuta pochi giorni prima a Oaxaca: mi racconta che andando a San Cristòbal è rimasta vittima di una rapina sull’autobus, restando bloccata lì dentro per più di un’ora, e le è andata anche bene, perché era seduta in fondo e a lei non hanno dato troppo fastidio. Ho sentito altre volte storie del genere, però mai da qualcuno che conoscessi, e mi ero fatto l’idea che se ne parlasse solo perché erano fatti molto eclatanti, e non perché potessero accadere con frequenza; adesso le cose mi appaiono in modo diverso: con tutti i mezzi che ho preso in queste tre settimane, probabilmente sono stato fortunato che non mi sia successo nulla.

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