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En mi Mexico

Mag, 2001 ~ Lascia un commento ~ Written by cobbretto

    Per cena mi preparo un risotto nella cucina dell’ostello, e qui conosco Thomas, un ragazzo danese che ha vissuto due anni in Argentina, Margarita, la sua ragazza, e altri due loro amici, argentini anche questi, tutti intenti nella pratica di un loro personale e poco maccheronico esercizio dell’arte culinaria: sono qui ad affrontare la prova spaghetti con delle tecniche sulle quali preferirei soprassedere. Sono italiano? Che coincidenza, Thomas e Marga stanno proprio per andare in Italia… Dove? A Roma, a trovare la sorella di lei… Anch’io tornerò presto a casa, la mia vacanza è agli sgoccioli… Quando? Loro partiranno il 27, nel tardo pomeriggio. Anch’io lo stesso giorno, che combinazione! Io volo con Iberia. Iberia anche voi? …Saranno sul mio stesso identico aereo! Incredibile, viaggeremo insieme!!

Più tardi salgo in terrazza, dove già buona parte degli ospiti si è riunita, e dove ogni sera si beve e si chiacchiera in piacevole compagnia; faccio subito un brindisi con gli argentini: inizia questa sera la mia lunga festa di addio al Mexico, da passare in questa deliziosa cornice al quinto piano dell’ostello con musiche, balli e risa, insieme a loro, a un ragazzo polacco che ho conosciuto precedentemente a Mazunte, a quattro hostess argentine e a molti altri. Uno dei vantaggi del trovarsi in tane per viaggiatori, è che prima o poi si presenta sempre qualcuno che arriva da un posto nuovo, e porta con sé un qualcosa di quel posto, spesso quel qualcosa sono atmosfere, emozioni, racconti… nel nostro caso quel qualcosa sono cinque pregiatissimi sigari cubani Romeo&Julieta “Churchill” che Thomas, un altro danese appena arrivato da L’Habana, ha portato con sé; ne accendiamo due e li fumiamo, tutti assieme, tra bicchierini di tequila e di mezcal. Vado a dormire quando ormai è tutto chiuso, ma non prima di aver brindato l’ultima volta nella stanza di Marga e Thomas: brindisi d’obbligo, vista la singolare coincidenza del nostro volo di domenica. Mi risveglio in tempo per una sostanziosa colazione in terrazza, poi preparo tutto e vado a salutare un californiano che divide con me la stanza; è un ragazzo divertente, ossessionato dall’idea di voler passare per un messicano: è alto, biondo e con gli occhi chiari, non lo prenderebbero per un messicano neanche se fosse davvero nato qui. Lui però è convinto che sia solo una questione di abbigliamento: ogni volta che l’incontro si lamenta perché tutti si rivolgono a lui in inglese, avvicinandolo per offrirgli servizi turistici o souvenir, e tutte le volte, appena succede, corre in camera a cambiarsi, compiacendosi puntualmente davanti allo specchio, perché prima aveva gli abiti sbagliati, ma questa volta ha proprio trovato quelli giusti, stavolta sembra un perfetto messicano, nessuno sarebbe in grado di smascherarlo! All’ostello cercano artisti per decorare tutte le stanze da letto, lui dipinge e ha con sé una cartellina con alcuni dei suoi lavori, così si è proposto, li ha mostrati, e questa mattina è già al lavoro nella stanza 24, la prima di tutto l’ostello a essere affrescata. Ha iniziato da poco, ma la sua idea per il lavoro è già ben chiara: dipingerà l’intera stanza, un’unica figura sulle quattro pareti e sul soffitto, dove ha cominciato a disegnare un grosso uccello in volo, visto da sotto, seguito da altri sulla parete, visti di fianco, che stanno per alzarsi. L’effetto è particolare, a lavoro finito sarà come immergersi in un quadro, entrare dentro il disegno: se ne rimane totalmente avvolti.

Lascio lui, l’ostello, lo zòcalo, e sono di nuovo in cammino col mio zaino, sempre più colmo, e con il mio libro, che ho lasciato a una trentina di pagine dalla fine, a quando Sal e Dean, dopo le varie scorrazzate tra New York e la California, partono per il loro viaggio più intenso, l’ultimo del libro: il viaggio per il Mexico; non voglio leggerlo qui, voglio vivere il mio di Mexico, e soltanto quando avrò terminato il mio, una volta tornato a casa, leggerò del loro. Mi resta un solo giorno e voglio andare a trovare Brenda, la ragazza che in Guatemala mi ha soccorso per le banche, che vive a sole tre ore da qui, per cui prendo l’ennesimo autobus, ancora verso nord. Il paesaggio mi guarda da oltre il vetro, e mi si offre ancora una volta nuovo: le case non si affollano più sul ciglio della strada principale, com’è stato fin qui, ma si allontanano tra le vie della più ricca rete stradale, che si ramifica per formare dei paesini; ai lati delle strade, invece, permangono i campi, tutti però ordinatamente coltivati, con gli animali che, probabilmente meno compiaciuti dei loro colleghi del sud, se ne stanno rinchiusi nei recinti degli allevamenti. Appena sceso a Celaya avverto Brenda, che mi dice di aspettarla in stazione. Tre ragazze dalle marcate tinte dark, vestite e truccate completamente di nero, attaccano discorso e si fermano a tenermi compagnia durante l’attesa, che trascorro comodamente sdraiato con la testa appoggiata sulle gambe di una di loro, cosa che lascia Brenda, al suo arrivo, stupita e divertita nel trovarmi così a mio agio e in confidenza con quelle ragazze appena incontrate.

Passo quest’ultima serata con Brenda e una sua amica, ed è anche una serata piacevole, loro sono molto simpatiche, ma ho quasi la sensazione di non essere più in Messico, di esserne uscito, e di trovarmi ora in un posto come tanti altri, senza nessuna identità. Questo posto è ben diverso dagli altri che ho visto fino a qui: una cittadina nuova, con locali alla moda, gente ben curata, con pelli bianche e lineamenti europei, ragazze con trucco e scarpe alte, e un’ostentata aria di benessere che contrasta molto con le facce che ho ancora impresse nella mente; e non è tanto la maggior ricchezza che mi turba, ma l’evidente disinteresse verso ciò che, seppur nel loro stesso stato, è oltre la loro piccola realtà. Qui gli orgogliosi figli dello sviluppo sembrano non avere la minima idea di cosa succeda sulle montagne di San Cristòbal, e sembra non importargliene nulla; non gli importa degli indios, che tanto stanno bene così, hanno tutto quello che gli serve, e poi cosa può servire a chi sceglie di vivere come gli animali? Cosa devono farsene loro dei soldi di chi lavora e manda avanti la nazione? Non gli importa nulla del subcomandante Marcos, nulla dell’esercito zapatista, nulla di problemi che non gli raschiano sulle porte per entrargli nelle case, che sono problemi lontani, e che quindi smettono di essere problemi, proprio come succede da noi.

    Il giorno della partenza è arrivato, ma ho il volo nel tardo pomeriggio, e posso sfruttare la giornata per l’ultima grande tappa alla quale non posso rinunciare: la spettacolare città azteca di Teotihuacan, un’area archeologica smisurata con all’interno un interessante museo e un nutrito giardino botanico, dominata da due sbalorditive piramidi, quella del Sole, la più grande piramide conosciuta tra tutte le civiltà precolombiane, eretta su quattro livelli per un’altezza di oltre 70 metri, e quella della Luna, che supera di poco i 40 metri. Visito la celebre città azteca ripensando divertito alle parole di Silvio, uno stravagante studioso di civiltà antiche, appassionato della cultura maya ai limiti del fanatismo, che tempo fa, nel suo modo piuttosto colorito ma innegabilmente eloquente, aveva espresso un risoluto giudizio sui rapporti tra la grande civiltà maya, e quella, a suo parere molto più modesta, degli aztechi: «Hai presente quando vai al bagno e fai una grossa, superba, magnifica, colossale cacata? E quando poi, dopo aver finito, ti viene fuori una scoreggina? Ecco, quelli sono gli aztechi!».

Il tempo che mi rimane per la visita non è molto, ormai ci siamo, devo tornare di corsa alla stazione in Mexico DF, e da qui in metro all’aeroporto, dove ritrovo Marga e Thomas, e con loro, dopo lo scalo a Madrid, arrivo fino a Roma. Non ho trovato però Luca, anche lui sarebbe dovuto rientrare insieme a me; forse c’è un altro volo Iberia nella stessa giornata, o più probabilmente avrà spostato il suo volo per restare qualche giorno in più… di certo la cosa non mi sorprenderebbe!

    Arrivo a casa e poso lo zaino in camera, ne tiro fuori il libro, e lo sistemo vicino al letto: lo terminerò questa stessa notte. Vado in bagno a sciacquarmi le mani e il viso, e m’intravedo distrattamente riflesso nello specchio; poi lo sguardo si arresta, e da solo torna indietro sullo specchio, lo sguardo sullo sguardo, a osservarsi, attratto da sé stesso. Rimane a fissarsi immobile, a riconoscersi, quasi che cerchi qualcosa dentro di sé, poi la trova; mi guardo fisso dentro agli occhi, e lo vedo: il mio Mexico è ancora tutto lì.

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