Arrivato a Muna, alla stazione degli autobus, sono subito andato a chiedere informazioni alla biglietteria, dove, dietro al banco dell’ufficio, mi aspettavano i due grandi occhi vispi, nerissimi, di una ragazza davvero molto carina. Mi sono avvicinato per chiedere gli orari, ma lei mi ha accolto con un sorriso troppo accattivante perché potessi esaurire il dialogo con quella sola domanda, così ho cominciato a scherzarci: oltre ad essere attraente era anche molto simpatica, e sono andato avanti finché mi dava corda, in attesa di capire quale fosse il ruolo del ragazzo che era lì insieme a lei, che malauguratamente poco dopo l’ha baciata, fugandomi ogni dubbio. Nel frattempo mi aveva dato tutte le indicazioni: c’era un autobus alle 22.30 e un altro alle 24, ed erano solo le 18, avevo parecchio da aspettare, e per ingannare l’attesa mi sono messo a leggere lì fuori, seduto sul marciapiede. Dopo una mezz’ora lei è uscita con il ragazzo, mi ha salutato con un altro incantevole sorriso, e insieme hanno attraversato la strada verso la piazza centrale; sono rimasto ad ammirare il suo passo elegante, le sinuose movenze dei fianchi dalle aristocratiche rotondità: aveva un corpicino minuto ma di splendide forme, le caviglie affusolate, la vita sottile, e le belle gambe, dalla morbida e liscia pelle olivastra, messe in risalto dalla divisa con tacchi e gonna corta. Era già tornata da un po’ quando, all’avvicinarsi dell’ora di cena, stanco di stare lì seduto a guardare la gente salire e scendere dagli autobus, le ho chiesto per gioco di prendermi a lavorare con lei per un paio d’ore, tanto per ammazzare il tempo; mi ha risposto che potevo guadagnarmi la cena se l’avessi aiutata a fare le pulizie, e io, sorpreso e divertito dall’idea, ho accettato l’incarico con entusiasmo. E’ uscita un’altra volta ed è tornata pochi minuti più tardi, pronta per il nuovo servizio, altrettanto bella in ciabatte e pantaloncini corti; ha fatto mettere le ciabatte anche a me e abbiamo iniziato a darci da fare, insieme ad altri due suoi colleghi arrivati apposta per la chiusura. Ci abbiamo messo un paio d’ore per finire tutto l’ufficio e il magazzino, tra secchi d’acqua, ramazzate, detersivi e stracci, e intanto giocavo con lei cercando di dissuaderla dalla sua sconsiderata e precipitosa idea di sposarsi a breve: non era per niente convinta della sua relazione, e lo diceva, aveva però una gran paura che se non fosse riuscita a sposarsi entro un paio d’anni, e adesso ne ha appena ventidue, poi non l’avrebbe voluta più nessuno. Questa sua paura, come anche la sua idea del matrimonio, sembravano dettate più dal modo di pensare della sua gente che dalla sua reale volontà: in buona parte dell’America Latina, e in modo particolare nei piccoli centri, sono radicati costumi terribilmente maschilisti, o come dicono loro “machisti”, e lei mi confermava che lì i ragazzi potevano prendersela comoda quanto volevano, ma le ragazze che non si sposavano giovani non erano viste di buon occhio, e venivano in qualche modo emarginate. Siamo rimasti d’accordo che non si sarebbe sposata, che avrebbe continuato a godersi la vita in completa libertà, fregandosene di quello che pensano gli altri, fino a quarant’anni. Poi, quando quel tempo sarà giunto, tornerò io, a Muna, per sposarla. Finite le grandi pulizie, sono andato a comprare qualche birra per accompagnare la superconditissima pizza portata da loro; poco dopo è tornato il ragazzo di lei, e sono andati via, proprio mentre arrivava il primo dei due autobus che, dovendo ormai restare da solo, ho scelto di prendere.
Erano le 5.30 quando sono arrivato a Chetumal, e ho trovato la cittadina ancora addormentata; anch’io sono rimasto a sonnecchiare ancora un po’ finché non l’ho vista svegliarsi, e mi sono svegliato insieme a lei. Alle 9 ha aperto il museo, che tutta la gente con cui avevo parlato prima di arrivare lì mi aveva presentato come l’unica cosa degna d’attenzione: ci sono andato, e in effetti era interessante, anche se non molto più ricco di quanto potesse essere un qualsiasi buon libro sui maya, visto che, oltre a un paio di reperti originali esposti in una teca, quasi tutto il museo era incentrato solo su mappe, disegni, ricostruzioni in plastico, e approfondite spiegazioni circa la loro storia, la religione, lo stile di vita e le straordinarie conoscenze astronomiche. Ho fatto un giro per il centro e nel caotico mercato coperto prima di lasciare la città, e mi è stato sufficiente per fare un nuovo carico di raggianti sorrisi di giovani, di anziani, di bambini… quei formidabili sorrisi che già da soli valgono il motivo di un viaggio. Il più bello è stato quello di una ragazza che lavorava in un negozio di fronte alla piazza: le si è acceso in viso appena i nostri sguardi si sono visti, e il suo aveva un’espressione così tenera e così spontanea che mi è restato negli occhi per un bel pezzo.
Sono tornato in stazione con un taxi collettivo, insieme a una grossa signora india e al tassista in vena di chiacchiere, che ha cominciato a parlarmi del suo lavoro, elogiando l’utilità dei taxi collettivi che, caricando in un’unica corsa più persone dirette nella medesima zona, potevano offrire la stessa comodità del servizio individuale a un prezzo molto più modesto, ma inspiegabilmente, si lamentava, alcuni politici locali minacciavano di volerli abolire. Mi ha raccontato anche del Messico, della sua gente, delle loro condizioni, e di un suo amico, un autista di autobus, che qualche giorno prima gli aveva detto di aver imparato a distinguere al volo i sudamericani dai centroamericani: i primi, per dire qualcosa, cominciavano la frase con “guarda”, e gli altri la cominciavano con “ascolta”, questo perché erano abituati a parlare chi con i sordi, chi con i ciechi, poiché in tutta l’America Latina, dovunque si andasse, a tutti mancava sempre qualcosa! …Ma alla fine abbiamo convenuto che questo, purtroppo, valeva per quasi tutto il mondo.
Mi trovavo a due passi dal Belize, e ancora non sapevo se fermarmi lì o tirare dritto per il Guatemala e dedicare a quest’ultimo un po’ più di tempo: del Belize m’era giunta voce che fosse un po’ più caro e anche più pericoloso del Guatemala, ma che avesse delle spiagge magnifiche. Dopo vari ripensamenti, dovendoci passare in ogni caso, ho deciso che avrei alloggiato almeno una notte a Belize City e lì avrei deciso il da farsi. Alla frontiera ho dovuto pagare 160 pesos, quasi 20 dollari, che mi sarebbero valsi anche per rientrare in Messico, altrimenti avrei dovuto pagarne 100 ora e 100 al rientro (non che fossero grandi cifre, ma da questo momento in avanti avrei dovuto cominciare a preoccuparmi un bel po’ delle mie finanze). Sull’autobus ho sonnecchiato ancora un po’, finché accanto a me s’è seduto un vecchietto dalla faccia cordiale che ha subito preso a parlarmi: era una specie di “brujo”, un guaritore, l’uomo della medicina di un villaggio in Belize; curava con rimedi naturali, con le erbe, e mi raccontava d’aver salvato alcune vite da gravi malattie e da morsi di serpenti velenosi, arricchendo poi la conversazione con un lungo e dettagliato elenco delle specie più pericolose presenti in quella zona. Si lamentava della nuova medicina, quella da laboratorio, e di come oramai la gente dei villaggi si rivolgesse a lui solo quando l’altra avesse già fallito, dopo aver perso tempo prezioso e magari anche peggiorato il quadro clinico del malato, salvo poi colpevolizzarlo se non riusciva a compiere il miracolo; altre volte, invece, gli veniva chiesto di garantire la guarigione come condizione per affidarsi a lui: «Ma come posso io garantire la vita? - diceva - La vita è di Dio, soltanto lui può farlo».
Mi avevano annunciato che il Belize era uno stato popolato quasi interamente da gente di colore, ma ci trovavamo nelle vicinanze dalla frontiera, c’erano ancora parecchi indios, e si vedevano anche alcune piccole comunità orientali, cosa che in Messico non m’era mai capitato di vedere. L’impressione che dava il Belize, appena s’entrava, era di un paese decisamente più ricco e più curato, contrariamente a quanto la strada sterrata, polverosa come anche in Messico era difficile trovarne, potesse far pensare; qui le capanne diventavano quasi una rarità: il grosso delle abitazioni, che per le campagne messicane erano quasi tutte capanne, qui diventavano delle spaziose casette in legno, mentre le più signorili, che per il Messico erano le casette in legno, in Belize venivano costruite in muratura, esteticamente ben fatte, molte erano veri e propri villini. L’autobus ha sostato per una mezz’ora, e sono entrati due ragazzi di colore, visibilmente fumati; si atteggiavano a duri, uno portava i pantaloni della mimetica, un guanto nero di pelle con le dita scoperte, e sulla spalla uno stereo enorme che teneva al massimo volume, totalmente incurante del fastidio provocato che, anche se tutti si guardavano bene dal manifestare, era assai evidente sulle facce dei passeggeri. Strada facendo si sono aggiunti ai due altri ragazzi, e insieme hanno iniziato a cantare, urlare, giocare… in fondo non facevano niente di male, ma avevano un atteggiamento irritante, ostentatamente indisponente. Quando è passato il bigliettaio, un ragazzetto di una ventina d’anni, due di loro hanno cominciato a fare storie, con aria strafottente; non ho potuto capire cosa si dicessero, poiché parlavano un inglese molto rapido e con uno slang molto poco oxfordiano, ma il malcapitato ragazzo è tornato sui suoi passi piuttosto contrariato, loro hanno continuato a urlare, e i biglietti non sono stati fatti. Non è successo nulla di eclatante, solo dei ragazzi con l’ansia di sentirsi uomini nel modo più stupido, però quelle scene mi hanno infastidito, ed erano solamente le prime avvisaglie della situazione che ho trovato poco più tardi a Belize City, una città che appariva tutta in quel modo: prepotente; sembrava d’esser finiti in una specie di Bronx del Centro America, una città di soli neri (credo di non aver contato dieci bianchi in tutta la città) che giravano in strada urlando la loro rabbia addosso ai passanti, specie se stranieri e di pelle bianca.


