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En mi Mexico

Mag, 2001 ~ Lascia un commento ~ Written by cobbretto

Appena sceso dall’autobus, mi sono aggregato a una coppia di australiani che andava in un ostello, indicato nella loro guida come sicuro e sufficientemente economico; mi trovavo ancora in tasca una settantina di dollari americani più 200 pesos, pensavo di tenerli per le emergenze, e che fosse giunto il momento del primo ritiro dal bancomat. All’ostello mi hanno indicato una banca, l’unica che serviva il circuito della mia carta; sceso in strada, un tipo mi ha strillato con durezza di andarmene se non volevo passare dei guai, e poi che cazzo mi guardavo? Non dovevo guardarlo perché lui non mi aveva guardato!! Ho fatto solo qualche altro passo e si è accostato un altro in bicicletta che ha iniziato a parlarmi, questa volta con un tono molto più amichevole, anzi, con un interesse e un’affabilità che trovavo persino eccessivi: che diavolo voleva da me? Mi mostrava i lunghi dreadlock da rasta, dicendomi che i rasta erano brave persone, che aveva altri amici italiani e che ero il benvenuto nel suo paese; l’ho ringraziato, e ho provato un paio di volte a salutarlo, fermandomi da qualche parte per liberarmene, ma non c’era verso: ogni volta mi diceva che starmene lì da solo era pericoloso e che lui, da buon amico, mi avrebbe accompagnato per proteggermi dai tanti malintenzionati che s’aggiravano per quelle vie. Mi chiedeva con insistenza dove avrei mangiato, dicendomi che aveva un buon posto da raccomandarmi: gli ho suggerito di dirmi il nome per poterci andare più tardi, ma niente, non c’era modo di staccarmelo! Probabilmente il suo unico scopo era guadagnarsi una buona mancia dal ristorante, ma io ero uscito per ritirare i soldi, e non mi fidavo per niente di arrivare alla banca con lui che non voleva saperne di lasciarmi, così ho approfittato di aver visto un’agenzia chiusa, mi sono arrestato dicendogli che stavo cercando proprio quell’agenzia, dove sarei tornato all’indomani, e dopo aver finto di guardare gli orari d’apertura ho cominciato a tornare sui miei passi; gli ho anche detto di non avere molta fame e che avrei mangiato solo una cosa per strada, ma lui mi ha riaccompagnato lo stesso fino all’ostello, dove sono rientrato, e ancora, dopo essere salito in stanza, dalla finestra l’ho visto intrattenersi lì sotto per alcuni minuti ad aspettare pazientemente, forse credendo che sarei uscito di nuovo.

Non mi piaceva per niente quel posto, non mi sentivo affatto tranquillo, e in quelle condizioni non trovavo nessun buon motivo per dover restare lì; per fortuna avevo già visto gli orari degli autobus per il Guatemala: il primo era alle 5 di mattina, avrei cercato di prendere quello. Intanto ho dovuto farmi cambiare in ostello 20 dollari e 100 pesos, che dovevano bastarmi per pagarci la stanza, l’autobus per il confine e qualcosa da mangiare, tanto per non rimanere a digiuno, poi sono sceso nello spaccio di fronte. Era un locale spazioso, enorme, ma appena un paio di metri dentro l’ingresso c’era una specie di gabbia, un’inferriata che divideva i clienti dagli articoli in vendita e dai commessi, i quali, al di là di questa, prendevano i prodotti che gli venivano richiesti e li passavano attraverso una piccola fessura aperta tra i ferri. Quel luogo mi metteva addosso un pesante stato di malessere, una sensazione di pericolo, accresciuti dal più grosso dei quattro ragazzi che erano dentro con me, che mi ha urlato qualcosa in tono rabbioso. Neanche ho capito bene cosa avesse detto, credo mi abbia chiesto, tra le altre cose, se avessi per caso qualche problema con lui; non era comunque difficile da interpretare, cercava solamente di provocarmi, lui e i suoi tre compari che mi guardavano in cagnesco. Gli ho risposto solo «No problem», cercando di chiuderla così, quindi ho chiesto al negoziante un pacchetto di patatine e una bottiglietta di acqua, e appena me le ha date, anche lui molto poco amichevolmente, sono uscito. Era solo l’ora di cena, ma ovviamente non morivo dalla voglia di uscire a fare nuove conoscenze, così sono andato subito a dormire, dopo aver impostato la sveglia per le 4, sperando almeno che a quell’ora, nel lungo percorso che mi attendeva per raggiungere la stazione, potessi riuscire a evitare gli incontri peggiori.

Mentre, ancora assonnato, mi preparavo ad affrontare un’altra volta Belize City, ho incrociato il tipo dell’ostello che mi aveva cambiato i soldi, che poi, come mi ha spiegato in seguito, era il figlio della proprietaria. Sembrava essere una brava persona, era un omone effeminato all’inverosimile, raccontava di viaggiare spesso, conosceva molto bene l’Europa e doveva essere anche piuttosto facoltoso: oltre a una casa in Canada in cui viveva, e all’ostello in Belize, diceva di avere case sparse un po’ per tutto il continente. Quando l’ho informato che stavo per avviarmi alla stazione mi ha suggerito di aspettare, ché a quell’ora, a dispetto delle mie considerazioni della sera prima, le strade non erano per niente sicure, e solo un’ora più tardi sarebbe andato anche lui a prendere un autobus nella stessa stazione, perciò avrebbe potuto accompagnarmi. Ho colto al volo l’occasione e, terminato di sistemare lo zaino, ho aspettato nella mia stanza finché non è venuto a chiamarmi. Siamo partiti, io e lui, con quello che all’inizio credevo fosse il padrone dell’ostello, e che invece doveva esserne il gestore: era un bianco, ma era un tipo sveglio che dava l’idea di conoscere tutti e di saper bene come muoversi, il che mi rassicurava parecchio. Camminando, il canadese mi ha spiegato che oltre la frontiera avrei trovato per 15 quetzales (l’equivalente di un paio di dollari americani) un bus diretto per Flores, la mia tappa successiva, e che lì avrei trovato anche le banche per ritirare i soldi. I 15 quetzales per il biglietto li aveva lui, gli erano rimasti dal suo ultimo giro guatemalteco di pochi giorni prima, e me li ha consegnati alla stazione, dicendomi che in Guatemala non ci sarebbe tornato per un bel po’ e che non gli sarebbero serviti; un grazie di cuore, ho salutato i due, e sperando di non incappare in incontri spiacevoli ho preso il mio autobus per la nuova sospirata meta: la frontiera.

    Sono arrivato alla frontiera al termine di un viaggio stavolta tranquillo, e mi sono diretto subito verso gli uffici doganali, ma prima di arrivare all’ingresso mi hanno fermato a un chiosco, dove c’erano da pagare 20 dollari del Belize (circa 10 dollari americani) per uscire dal paese, e mi hanno avvertito che se fossi stato in Belize per più di 24 ore avrei dovuto pagare dentro un’altra tassa; io però ero entrato nel pomeriggio del giorno prima, e mancava ancora qualche ora alle 24 che avevo a disposizione. Non avevo più dollari in piccolo taglio, mi restavano solo i 100 pesos e l’ultima banconota intera da 50 dollari americani, che ho dovuto farmi cambiare da uno dei tanti “banchieri ambulanti” che mi giravano attorno come avvoltoi, ottenendo i 20 dollari del Belize che mi occorrevano per la tassa, e a quel punto chiedendo di convertire il resto direttamente in quetzales, dovendo così pagare per due volte le commissioni e i cambi da usura che venivano praticati lì fuori senza nessuna regola. Ho pagato al chiosco i 20 dollari dell’imposta e con la ricevuta sono entrato alla dogana, dove hanno controllato il passaporto e… mi hanno chiesto di pagare anche la seconda tassa. Ho fatto presente che ero in Belize da meno di 24 ore, ma hanno obiettato che la data sul timbro era si del giorno precedente, tuttavia, non essendo indicata l’ora d’ingresso, non potevo dimostrare nulla: la tassa era dovuta. Entrando, avrei dovuto chiedere di segnare l’orario per poterne avere un’evidenza; non avendolo fatto, o pagavo, o rimanevo lì. Detestavo il Belize! Sono tornato dal mio avvoltoio di fiducia, che ovviamente non ha preso nemmeno in considerazione l’idea di annullare la nostra ultima operazione, e ho riconvertito di nuovo, in dollari del Belize, i quetzales che lui stesso mi aveva appena cambiato, perdendoci ancora una volta. Dovevo sbrigarmi a trovare una banca perché ormai il piccolo gruzzolo con cui ero partito stava proprio arrivando agli sgoccioli.

Finalmente sono entrato nello stato del Guatemala: altri 35 quetzales di tassa; ho pagato ancora e sono passato, perlomeno ora mi trovavo oltre l’odiata frontiera! Mi sono incamminato con una coppietta di Washington verso l’autobus, che peraltro non costava 15 ma 20 quetzales; prima, però, che lo raggiungessimo, s’è affiancato a noi un pulmino turistico che, dopo aver accompagnato un gruppo che andava in Belize, tornava vuoto a Flores, e ci avrebbe portato lì, molto più rapidamente dell’autobus pubblico, per 35 quetzales ciascuno, parecchio al di sotto della sua tariffa abituale. Si poteva fare. Nel cammino non s’incontravano molti villaggi, solo gruppuscoli di capanne sparsi qua e là, con bambini, che guardavano incuriositi la strada, e molte donne, alcune indaffarate nei lavori domestici in qualche angolo della capanna, e altre, forse avendo ormai terminato i loro compiti, beatamente sedute a chiacchierare tra vicine. Quello che mai si vedeva in giro erano gli uomini: lì la divisione dei ruoli era molto rigida, e mentre le donne si affaccendavano per curare la casa e i figli, gli uomini erano tutti nei campi a lavorare.

Siamo arrivati presto, mi sono fatto un giro e ho trovato una stanza a un buon prezzo, che ho fermato per due notti, non escludendo di potermi trattenere anche di più: Flores mi piaceva, era una tranquilla cittadina su un bellissimo lago, ed era vicina all’antica splendida città maya di Tikal, che con tutta l’impazienza e l’eccitazione del caso, dopo averla vista ritratta in infinite fotografie, sarei andato a visitare all’indomani. Mi sono informato bene su come andare: ho chiesto orari, prezzi, e tutto quello che poteva servirmi, e di seguito sono venuto in centro per prelevare finalmente i primi soldi con il bancomat, visto che finora non c’ero riuscito e che ormai ero rimasto quasi al verde. Mi hanno indicato la banca, una delle due dotate di cassa automatica, ma sulla porta, tra i simboli esposti, non ho visto quello della mia tessera, e sono entrato a domandare. Lì mi hanno dato la notizia che poi mi hanno confermato anche le altre banche di Flores: in tutta la zona non esiste una banca che prenda la mia carta! E’ possibile, mi ha detto qualcuno, che l’accettino a Città del Guatemala, la capitale, ma se anche fosse così, a questo punto un viaggio per la capitale costerebbe una piccola fortuna, almeno per le mie finanze: frugando in tutte le tasche ho racimolato, oltre ai 100 pesos, poco più di 50 quetzales, in tutto meno di 20 dollari americani.

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