…E’ qui che sono rimasto impietrito, quei pochi metri oltre la porta dell’ultima banca visitata, qui che ho rivisto scorrermi davanti tutto il mio viaggio, qui che il mio viaggio comincia a mescolarsi con le pagine del libro di Kerouac, e io qui, immobile, che vorrei fare come Woody Allen faceva con Humphrey Bogart in Provaci Ancora Sam: vorrei avere qui davanti Jack, Neal e tutti i personaggi di quel libro, loro che la vita di strada ce l’hanno dentro, loro che sanno come cavalcarla, anziché subirla; vorrei potergli chiedere come fare, ma loro non ci sono, il mio non è un film, e io non sono Jack Kerouac né Woody Allen. Devo farcela lo stesso, da solo, e poi ho fiducia nella gente, e se me la vedessi brutta troverei certamente qualcuno pronto a darmi una mano. Ne sono sicuro.
Corro a informarmi in qualche agenzia turistica del centro, per capire come potrò muovermi da qui: chiedono non meno di 30 dollari, più di 200 quetzales, per arrivare a Palenque, in Messico, dove presumibilmente troverò qualche banca, ma io non posso arrivare a quella cifra, e oltretutto la banca chi me la garantisce? In queste condizioni non posso accontentarmi di un presumibilmente. Torno in un internet café dal quale mi sono collegato poco fa per leggere la posta, e chiedo di poterlo fare per altri cinque minuti, spiegandogli che si tratta di un’emergenza; me lo permettono, e scrivo un messaggio di SOS a una ragazza messicana che conosco, raccontandole rapidamente la situazione e pregandola di informarsi su tutte le banche messicane vicine al confine che servano il mio circuito. Chiudo il collegamento, e provo a rilassarmi, per il momento non posso fare nulla di più: non posso pensare di avventurarmi verso il Messico alla cieca, senza nessuna sicurezza, inoltre la vita in Messico è molto più cara, e se anche lì andasse male col bancomat, con i pochi soldi che mi rimangono in tasca ci camperei ben poco; la cosa migliore è restare qui a Flores, dove ho una sistemazione con due notti già pagate, e aspettare un seguito alla mia richiesta d’aiuto prima di iniziare a fare qualsiasi altro programma. Realizzo solo ora che sono in piedi dalle 4 del mattino e che in tutta la giornata non ho mangiato quasi nulla, soltanto una pralina che ho comprato appena entrato in Guatemala, e la fame inizia a farsi sentire; trovo un alimentarista e compro un pacchetto di pane in cassetta insieme a una confezione da sei fettine di un insaccato tipo mortadella, le fettine non sono molto grandi, e ne mangio subito tre, almeno per mettere qualcosa nello stomaco, le altre le tengo per il giorno seguente. Il resto del tempo lo trascorro passeggiando tra le vie del piccolo centro, finché non fa buio. Passo davanti a un ristorante proprio mentre la televisione urla al gooooooooooooooooooooool, come solo i sudamericani sanno fare, e mi affaccio incuriosito: c’è la semifinale del campionato messicano, e dal locale m’invitano a entrare per guardarla con loro. In effetti non ho nessun imperdibile impegno mondano, e vedo che dentro non ci sono clienti, così entro a godermi lo spumeggiante incontro, che finisce con un sacco di altri gooooooooooooool, e anche dopo la partita mi trattengo a parlare e a bere caffè con il proprietario, un ragazzo di trent’anni dalla faccia sorridente, sua moglie, una bellissima india venticinquenne, e un’altra ragazza più giovane che lavora con loro, finché la stanchezza e il sonno non mi ricordano che la mia giornata è stata fin troppo lunga, e li saluto per andare a riposare.
La mattina riprendo le mie infruttuose ricerche vagando tra banche e agenzie, non so bene neanch’io cosa spero di trovare oltre alle notizie che ho già; per due quetzales compro a una bancarella una fetta d’ananas e una di cocomero, per anticipare insieme sia la fame che la sete, e le mangio in riva al lago, dove rimango a leggere per qualche ora fino al pomeriggio. Mi alzo all’improvviso, come se qualcuno mi stesse chiamando: sento che è giunto il momento di provare a ricollegarmi ad internet; ci vado, per fortuna mi permettono ancora di collegarmi gratis, e con immenso sollievo trovo il messaggio dell’amica messicana. Lo leggo impaziente, c’è un elenco di sei banche messicane da cui potrei prelevare, e i presenti, ormai appassionati alla mia avvincente e insolita vicenda di turista povero e disperato, mi spiegano che sono tra le più diffuse del territorio; gioisco, era l’informazione di cui avevo bisogno: ora non ho più motivo di trattenermi in Guatemala, posso guardare al Messico con rinnovato ottimismo. Certo, dovrò rinunciare definitivamente a Tikal, che è stata la ragione principale del mio arrivo qui a Flores, ma in questo momento ho ben altri problemi. Mi reco subito in un’agenzia turistica in cui ieri ho conosciuto un ragazzo che mi era sembrato in gamba, e chiedo a lui le informazioni sul da farsi: serve un mezzo per arrivare al confine, e da lì un’imbarcazione per attraversare il fiume di frontiera, che se andassi solo mi costerebbe 200 o 300 quetzales, ma aggregandomi a qualche gruppo di turisti potrei cavarmela con molto meno; una volta entrato in Messico, i 100 pesos che ho conservato mi dovrebbero bastare per arrivare a Palenque dove, anche a detta del ragazzo, sicuramente troverò almeno una di quelle sei banche. Mi mostra una cartina disegnata sul muro, due linee tratteggiate indicano i percorsi che portano a Palenque, e mi dice che alle 6 di domattina partirà un loro pulmino per una di quelle due strade, e che, senza coinvolgere l’agenzia, può chiedere all’autista di portarmi al confine, ma che poi per passare il fiume dovrò cavarmela da solo, magari accordandomi con lo stesso autista e con il gruppo; per il passaggio dovrei pagare solo 35 quetzales, poco più dell’autobus pubblico. La proposta è senz’altro allettante, ma c’è sempre il rischio che l’autista non sia d’accordo o che prima di domani il pulmino si riempia con qualche altro turista dell’ultima ora. A questo punto non posso più lasciare nulla al caso, devo valutare tutte le possibili alternative: lo ringrazio per l’offerta, gli dico che ripasserò più tardi e, per informarmi al meglio, mi dirigo anche verso il capolinea degli autobus, che sta nel mezzo di un affollatissimo mercato. Comincio a percorrerlo, e più mi addentro, più mi sento addosso la pesantezza degli sguardi di tutta la gente di qui, la loro diffidenza verso un estraneo, un intruso, indesiderato nel loro ambiente, è la prima volta che provo una sensazione così ostile in queste zone. Forse ai loro occhi sono davvero troppo distante, e avrei avuto quella stessa impressione in qualsiasi altro momento, o forse è la mia nuova assurda situazione a condizionarmi, forse sto solo perdendo quella sicurezza che inconsciamente ti danno i soldi, quell’idea ipocrita di dover essere benaccetto dovunque, mentre adesso sono solo un poveraccio tra i poveracci, senza avere in tasca nessun motivo per cui tutta questa gente debba essere gentile con me. Trovo il capolinea, e intorno un muoversi frenetico di persone; non c’è una biglietteria, ma soltanto gli autisti che gridano le destinazioni degli autobus in partenza, e io non ricordo il nome della località che mi ha suggerito il tipo dell’agenzia, perciò chiedo a un autista se ci sono autobus che arrivino alla frontiera messicana, mi risponde che il primo per El Naranjo parte alle 5 di mattina e costa 25 quetzales. Torno all’agenzia, il ragazzo di prima è già andato via, mi dicono che tornerà solo domani e che non ha lasciato messaggi; a questo punto la scelta è obbligata: non posso correre il rischio di perdere l’autobus per un passaggio del quale non ho alcuna garanzia. Posso comunque riguardare la mappa sul muro e rassicurarmi: da lì vedo che El Naranjo è indicato nel disegno, è la località di confine sul tragitto alternativo per Palenque, ci arriverò con l’autobus pubblico ed eventualmente lì cercherò qualche gruppo di turisti per imbarcarmi con loro.
Torno al ristorante della sera prima, dove mi hanno permesso di lasciare il mio piccolo capitale alimentare perché rimanesse al fresco, e mi faccio un doppio sandwich con la poca mortadella avanzata e tre fettine del pane in cassetta, il tutto guarnito di maionese, ketch-up, e due foglie di lattuga che mi lasciano prendere nella cucina; lo scaldo pure, e ne viene fuori una portata invitante, che però dovrà bastarmi per tutto il resto di questo lungo venerdì. Consumo il mio pasto seduto al tavolo, in veranda, vicino a me sta mangiando una coppia di triestini in viaggio di nozze con cui mi metto a parlare, e ci raccontiamo le nostre rispettive sventure: loro hanno risalito un fiume in barca per fermarsi in un remotissimo villaggio in mezzo al bosco, indicato sulla loro guida, da dove il giorno successivo, sempre secondo la guida, sarebbe scesa un’altra barchetta che li avrebbe riportati indietro; la barchetta, invece, non s’è fatta vedere per un paio di giorni (non era un caso, semplicemente il servizio non era giornaliero, a dispetto delle informazioni della guida), lasciandoli intrappolati nel villaggio, soli, spaventati, senza informazioni, e senza nemmeno l’acqua per lavarsi. Finito di mangiare, la ragazza esce per comprare le sigarette e torna con due pacchetti, uno per lei e uno che offre a me, per alleviare il peso delle mie disgrazie; ci fermiamo ancora un po’ a parlare di viaggi, e anche loro mi svelano d’esser stati in Thailandia, ne sono rimasti affascinati e parlano dei thailandesi con grande affetto e tenerezza. Quando mi salutano e vanno via, il locale si è nuovamente svuotato, e torno a parlare con i proprietari; mi lamento di non poter vedere Tikal, e loro si sorprendono perché erano convinti che ci fossi già stato e mi rimproverano per non averglielo fatto presente prima: hanno degli amici che tutte le mattine vanno da quelle parti per lavoro, e in più un altro amico che ha un hotel proprio vicino alle rovine, e ci sarei potuto andare questa mattina anziché girare a vuoto per Flores. Mi confermano che il posto è davvero magnifico, non posso perdermelo, e se voglio posso rinviare la partenza di un giorno e farmi portare domattina a Tikal, per fermarmi poi all’hotel del loro amico, oppure tornare in serata e dormire da loro, montando un’amaca nel ristorante. La proposta mi lusinga, e glielo dico, ma anche avendo trovato il passaggio, il biglietto d’ingresso per la città maya mi costerebbe 50 quetzales, e io ci arrivo a malapena, devo però ancora pagare i 25 quetzales per la frontiera, e per di più un altro giorno in Guatemala significherebbe un giorno in più senza niente da mangiare. Li ringrazio ancora per l’amabile offerta e vado via, promettendogli una cartolina dall’Italia per raccontargli la fine di questa mia avventura centroamericana. Sono stati squisiti con me, e uscendo da lì mi domando se non sia anche il nome della cittadina, “Fiori”, a far sì che ci s’incontrino persone belle come loro.


