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En mi Mexico

Mag, 2001 ~ Lascia un commento ~ Written by cobbretto

    E’ sabato, lascio la pensione che è ancora buio, raggiungo la stazione e salgo sull’autobus per il Messico, lo trovo già pieno. Appena entrato, vedo tutti i passeggeri sbarrare gli occhi in un’espressione di tremendo stupore, sono sorpresi di vedermi viaggiare con loro, sembra vogliano avvisarmi di aver sbagliato autobus; mi accomodo, e sento due persone che commentano dal sedile dietro al mio, ma riesco solo a capire le parole “turista”, “pericoloso” e “polizia”… mi chiedo cosa vogliano dire, finisco però per non badarci troppo, e l’autobus parte. Il giorno comincia a riappropriarsi del cielo, rischiarandolo, e io inizio per la prima volta a sentire i morsi della fame, ma oramai sono in viaggio, il confine è quasi mio, non posso cedere ora: devo arrivare al fiume, e solo quando mi sarò assicurato il passaggio sull’altra sponda cercherò qualcosa da spizzicare con i soldi che, spero, mi saranno rimasti. Ho ancora qualche fetta di pane in cassetta, ma cerco di non pensarci: mangiarle con questo caldo senza neanche un goccio d’acqua sarebbe ancora peggio, devo resistere. A giorno ormai fatto il cielo cambia, inizia a farsi grigio e gonfio, se piovesse avrei un altro bel problema: tutti i bagagli sono legati su un portapacchi sopra l’autobus, senza nessuna copertura; il mio zaino è di una tela leggerissima, tutt’altro che impermeabile, e dentro c’è tutto ciò che possiedo qui. Per fortuna la pioggia mi risparmia, e posso godermi il viaggio ammirando la fittissima giungla che mi scorre davanti, un paesaggio non molto vario ma sempre affascinante, spezzato solo da qualche sporadico gruppetto di capanne, qualche albero di cocco e di banane (veramente ne vedo anche altri, queste però sono le uniche piante che ho imparato a riconoscere), e in più da cavalli al pascolo, maiali che attraversano goffamente la strada, e i mesti resti di qualche povero zorro, una specie di volpe che vive da queste parti, che deve aver provato ad attraversarla, ma senza fortuna. Mentre mi allontano da Flores penso anche che, una volta ottenuti i soldi, potrei tornare indietro a vedere Tikal; in fondo ho tempo, sto già rientrando in Messico dopo averlo lasciato appena tre giorni fa, e del Guatemala non ho visto quasi nulla. Eppure non ne sono del tutto convinto, ho ancora tanta strada da fare, e alla fine decido che è meglio proseguire, non devo guardarmi alle spalle: in tutti i viaggi che ho fatto, in ogni nazione che ho visitato, ho lasciato con rammarico qualcosa di bello che non avevo avuto il tempo di vedere, tuttavia, proseguendo per la mia strada, ho sempre scoperto cose altrettanto straordinarie, e sono certo che sarà così anche questa volta, anche per il Guatemala, sebbene lo lasci con infinito dispiacere.

Sul pullman non c’è uno spirito molto gioviale, sembrano tutti affaticati, e soprattutto stiamo stretti come sardine, con quattro persone sedute su ogni poltroncina da due, e molte altre in piedi; gli unici a sorridere sempre sono i bambini, e io sorrido a loro, e torno ancora a guardare il paesaggio, con la selva che si fa più rada, lasciando spazio a tratti di vegetazione altrettanto ricca ma più bassa, a qualche prato, e a villaggi più grandi. Facciamo una sosta in uno di questi, la fame è aumentata ancora, scendo ed entro nell’unico negozio che c’è, un piccolo chiosco di legno, per investire in beni alimentari un po’ del denaro rimasto: una confezione da otto biscottini e una bottiglietta d’acqua. Finisco tutto in pochi istanti: una meravigliosa sensazione di benessere, soldi ben spesi. Considero, dalle vaghe notizie avute a Flores subito prima di partire, che dovrò pagare una decina di quetzales per la frontiera e circa trenta per passare il fiume, e dopo la sosta mi restano ancora 45 quetzales più i soliti 100 pesos messicani necessari per raggiungere Palenque. Riprendiamo il viaggio e arriviamo a El Naranjo dopo qualche ora: è un villaggio piccolo, non molto diverso dagli altri che abbiamo attraversato con l’autobus; cammino per circa un chilometro fino al distaccamento (l’ufficio della dogana) per timbrare il passaporto, e lì mi chiedono 75 quetzales. Le detesto queste maledette tasse a ogni frontiera! Non si può far pagare un’imposta per entrare o uscire da ogni paese, non ha senso, oltretutto uno stato dovrebbe avere interesse a incentivare le visite, a far sì che lo si conosca. E poi perché una tassa indiscriminata? Le persone che attraversano un confine non sono tutte uguali! Chi viaggia in un paese straniero spende sempre, ma lo fa secondo le sue possibilità, secondo il suo tenore di vita, e arricchisce le entrate di chi col turismo ci lavora, che anch’essi hanno guadagni differenti secondo il livello di servizio offerto. In un sistema che funzioni, lo stato recupera quei soldi dalle tasse, prendendo infine da ognuno, turisti e lavoranti, quello che la propria condizione gli permette. Non è solo per la mia attuale situazione critica: una tassa indiscriminata è una tassa sbagliata, sempre!

Quella nuova richiesta mi tramortisce, non so più cosa fare, rimango qui pietrificato, incapace di ogni reazione. Mi giro sconsolato verso il fiume, e l’occhio mi cade su una barchetta con il nome scritto di lato, in italiano, ironicamente rivolto verso di me: si chiama “FORTUNA”; mi fa sorridere, ci voleva proprio, e la fotografo. Alla fine pago direttamente con i 100 pesos, che è l’esatto equivalente, e addio autobus per Palenque, ma mi rassicurarono dicendomi che per trovare una banca basta arrivare a Tenosìque, più vicina al confine e facilmente raggiungibile in autobus in appena un paio d’ore. Finalmente posso uscire dal Guatemala, ho tutto in ordine, e m’incammino verso il porticciolo per cercare una lancia, una specie di canoa a motore che usano per traghettare le persone oltre il fiume; sono affamato, nell’ora più calda, e per di più con lo zaino appesantito da due dannate amache da 250 preziosissimi pesos!! Al porticciolo mi spiegano che il primo accesso al Messico, El Ceibo, non è molto distante da qui, in lancia ci si arriverebbe in un attimo, ma che non ci si può andare senza prima aver ottenuto il permesso dalle autorità messicane, che viene rilasciato a El Martillo, sempre lungo il fiume, però più lontano. Bisogna arrivare fin lì, e poi tornare necessariamente a El Ceibo, visto che a El Martillo non esistono centri abitati né strade e non si può sbarcare. L’intero tragitto Naranjo – Martillo – Ceibo verrebbe non meno di 200 quetzales, ben più dei 25 o 30 che mi hanno detto a Flores, e io possiedo sempre solo i miei fottutissimi 45!

Non posso andarmene, sono condannato a restare in Guatemala. Ho fame, prendo le due fette di pane in cassetta rimaste, e un limone che mi sono fatto appena regalare in un negozietto accanto al distaccamento, spremo a fondo il limone sulle due fette sperando che, oltre a fermare la fame, quel po’ di succo mi tenga calma anche la sete; funziona, riesco a mandare giù qualcosa senza dover spendere altri soldi per l’acqua, che qui costa quanto qualunque altra bibita. Ho bisogno di soldi, frugo nello zaino cercando qualcosa da vendere, ma a parte i vestiti non ho un granché: ne tiro fuori solo un coltellino svizzero, una piccola armonica a bocca e la sveglia. Chiamo un ragazzino che prima mi ha dato alcune informazioni, è uno dei tanti lancieri, quasi tutti ragazzini come lui, e sembra il più sveglio. Gli mostro i tre oggetti e gli chiedo se può aiutarmi a venderli, lui guarda il coltello, lo apre, poi prende l’armonica, si diverte a suonarla, e decreta che per quei due oggetti non potrei chiedere più di 20 quetzales; rimetto tutto dentro, scoraggiato, e abbandono l’idea, sono troppo lontano dalla cifra di cui avrei bisogno. Rimarrò qui, imprigionato in questo sperdutissimo villaggio di confine, senza niente da mangiare, e senza nessuno a cui chiedere aiuto… impreco, sconsolato, non mi viene altro da fare. Il ragazzino mi guarda e mi spiega che esiste un vero e proprio cartello nella gestione del servizio per i turisti: i lancieri come lui avrebbero prezzi molto più bassi, con i miei soldi ce la farei (come in effetti mi avevano indicato a Flores), ma loro possono portare soltanto la gente locale, mentre i turisti sono ad esclusivo appannaggio di un ristretto gruppo che pratica un prezzo fisso, più alto; se uno dei primi portasse un turista, avrebbe problemi per continuare a lavorare, e per tutti loro è un rischio troppo grande, non troverò nessuno disposto a correrlo.

    I mezzi per i turisti partono dal distaccamento, così torno di nuovo lì alla ricerca di una lancia, e chiedo aiuto alla signora che prima mi ha offerto il limone; vado da lei anche perché mi è sembrata disponibile, e se non riuscissi a concludere nulla entro la giornata potrei chiederle di tenermi lo zaino al sicuro per la notte mentre io mi trovo una sistemazione, magari stendendo l’amaca tra due alberi lì fuori. Ormai ho perso fiducia nell’arrivo di qualunque gruppo organizzato, e non trovando un passaggio dai lancieri mi rimane solo una speranza: che prima o poi passi da queste parti qualche turista avventuroso che abbia scelto questo stesso tragitto alternativo, per di più animato da uno spiccato senso umanitario, che mi porti con sé fino alla prima città messicana, con la promessa che lì, dopo aver prelevato, gli restituirò tutta la somma che avrà dovuto anticiparmi, fino all’ultimo centesimo; intanto, senza spendere soldi per dormire e con lo standard alimentare degli ultimi tempi, posso tirare avanti per qualche giorno con i 45 quetzales che ho. Il vero problema però è che questo posto è maledettamente fuori mano, nel bel mezzo del nulla, e di turisti, anche solitari, non c’è neppure l’ombra e non vedo proprio perché ne debbano passare nei prossimi giorni. Svanita anche questa ipotesi, sono spacciato: finora mi sono rassicurato pensando, come ultima risorsa, di chiamare in Italia e farmi spedire i soldi da lì, ma a questo punto la banca guatemalteca più vicina è a Flores, qui a El Naranjo non c’è nulla, devo scordarmi di ogni possibile aiuto da fuori. La mia più grande speranza resta la signora, che accetta di aiutarmi e si raccomanda di aspettarla qui, senza muovermi. Intanto guardo la gente andare e venire, qualcuno che si ferma qui a mangiare qualcosa, ma non riesco più a trovare le facce amiche, sorridenti, che mi ero sempre visto attorno. Ora mi guardano con disprezzo, sono solo un dannato turista, cosa ho da lagnarmi tanto? Non ho abbastanza soldi per raggiungere il Messico? E con ciò? La maggior parte della gente che vive qui, al confine, forse il Messico non lo vedrà mai! Per tutto il giorno non ho avuto niente da mangiare? Molti di loro non stanno meglio di me, ma per loro questa è una giornata come tutte le altre.

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