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En mi Mexico

Mag, 2001 ~ Lascia un commento ~ Written by cobbretto

Passa una mezz’ora, e nel frattempo sono arrivati due lancieri diretti alla frontiera messicana, che però di me non hanno voluto saperne, quindi ne arriva un terzo, un ragazzo, anche lui con qualche posto libero nella barca; risponde alla donna che per 45 quetzales non ci arriva fino al Martillo, tuttavia, dovendo accompagnare delle persone al Ceibo, può portarmi almeno fino lì, e senza pagare. Il funzionario della dogana mi ha ribadito che dal Ceibo, senza timbro sul passaporto, la frontiera non me la lasceranno attraversare, ma se non altro mi avvicinerei, così ringrazio la signora e approfitto del passaggio.

Al Ceibo ci sono due militari che controllano i documenti, io non mi avvicino per niente: mi fermo al molo a parlare con un ragazzo, all’incirca della mia età, che è arrivato subito dietro di noi con un’altra lancia. Gli faccio presente la mia condizione, anche se sento subito di non piacergli: non c’è verso che tradisca un’espressione di disponibilità nei miei confronti, ma mi sta a sentire, perciò insisto e tiro fuori i pochi soldi che mi sono rimasti; lui li guarda, e mi chiede di arrivare almeno a 50 quetzales, io gli ripeto di non averne, che non sto cercando di fregarlo, non ho neanche più un peso messicano, e aggiungo alla piccola somma il mezzo pacchetto di sigarette che sto centellinando da un paio di giorni, quello che mi ha regalato la sposina di Trieste. Si convince, e mi lascia salire sulla barca, con lui ci sono altri due ragazzi che erano restati in silenzio a guardare la scena, poi la barca parte, fa poche centinaia di metri, e rallenta dirigendosi verso un’insenatura nascosta tra gli alberi, mentre i tre parlano senza che io riesca ad afferrare nulla di quello che si dicono. Non capisco cosa stia succedendo, la barca si sta fermando in mezzo al bosco, non c’è nient’altro, ovunque si guardi non ci sono che alberi, e non trovo nessun dannato motivo per doversi fermare lì. Chiedo spiegazioni, ma nessuno dei tre mi risponde. Comincio a temere che le cose possano mettersi male, in fondo nessun altro ha voluto saperne di darmi il passaggio per questa cifra, e fin dall’inizio non mi è piaciuto come mi guardava; inoltre non so nulla di lui: l’ho trovato qui sul fiume, non ho idea di chi sia né di dove viva, non potrei mai ritrovarlo, e questo lo sa bene anche lui. Sono solo, nel bel mezzo di un fiume che taglia un bosco in due, e da qui nessuno potrebbe sentirci: e se adesso tirano fuori un coltello per farmi scendere e mi prendono soldi e zaino? O se invece…

La barca accosta, ma invece di me sono i due ragazzi che scendono, lui li saluta, e torna a marcia indietro fino al centro del fiume, spiegandomi che lì c’è un sentiero e che quello è l’accesso più breve alla strada per Tenosìque. Cerco di evitare le spontanee espressioni di giubilo tipo «Yuppiiiii», «Yuhuuuuuu», «Sono salvooooo!!», forse un po’ troppo colorite, in favore di un più morigerato «Ah», accompagnato da un altrettanto misurato sguardo d’intesa, e proseguiamo lungo il fiume.

Presto arriviamo a El Martillo, dove ci sono tre soldati a presidiare la dogana; i militari registrano i miei dati per l’ingresso in Messico, senza però potermi vistare il passaporto perché l’ufficio è chiuso, chiarendomi che comunque il timbro è necessario solo per gli immigrati dal Guatemala, e che io, avendo il visto turistico rilasciatomi all’aeroporto, non ho bisogno di altro: posso rientrare quando voglio senza problemi. Questo vuol dire due cose: primo, che uscendo dal Messico ho pagato una tassa per il rientro che invece non sarebbe stata dovuta, ma oramai, pazienza; secondo, e questo mi brucia molto di più, che il mio agognato passaggio per El Martillo è stato del tutto inutile, potevo entrare direttamente dal Ceibo già da prima, mentre ora ci arrivo senza più neanche un centesimo, e dovrò inventarmi qualcosa per raggiungere Tenosìque. Al Ceibo nemmeno ci arriviamo, ci fermiamo nell’insenatura di prima; il lanciere scende facendomi cenno di seguirlo: mi accompagnerà lui attraverso il bosco. Ormai so che se avesse davvero brutte intenzioni non la tirerebbe tanto per le lunghe, di occasioni ne ha già avute fin troppe, ma il posto così isolato e quel suo atteggiamento ombroso, distaccato, quasi ostile, che ha assunto fin dall’inizio, continuano a tenermi in apprensione per il lungo cammino, finché non arriviamo a vedere la strada e ci dividiamo: lo ringrazio e lui mi augura buona fortuna, offrendomi perfino un incredibile e quanto mai inaspettato sorriso.

    Sono in Mexico! Ora mi resta da raggiungere il centro abitato più vicino, e presto si farà sera; per fortuna ho un’ora in più a disposizione: recupero l’ora di fuso che avevo perso entrando nel Belize. Arrivo sulla strada, e trovo in quel tratto, chiuso al traffico, un lunghissimo mercato con banchi di stoffe, teli, vestiti e artigianato; oltre i banchi ci sono una quindicina di automobili parcheggiate, mi ci avvicino e aspetto che arrivi qualcuno. Parte la prima macchina, ma è già piena; entro breve un altro ragazzo fa manovra per uscire, ma mi spiega che sta aspettando tutta la famiglia, e infatti poco più tardi partono, anch’essi al completo. Ancora qualche minuto, e vedo un uomo dalla stazza imponente e il viso rassicurante che apre la sua macchina, lo chiamo chiedendogli dove sia diretto, va a Tenosìque. Gli chiedo un passaggio, esponendogli brevemente la mia drammatica situazione, e lui mi rincuora rispondendo che non c’è problema, che mi porterà lui, anche se non sa se entreremo tutti nell’autovettura: mi spiega che quasi tutta la gente che è al mercato viene da Tenosìque, e di solito, come ha fatto anche lui, partono in forze, intere famiglie, perché qui arrivano le cose dal più povero Guatemala e si spende molto meglio che in città; mi dice che in ogni modo, se anche non ci fosse posto nella sua macchina, c’è lì parcheggiato il furgoncino di un suo conoscente, un pick-up, e lì sopra troverò certamente posto. Rimango a parlare con lui aspettando i suoi familiari o la gente del pick-up, e nell’attesa mi offre una delle fresche birre che tiene in macchina dentro al frigo da campeggio. Conversiamo appoggiati all’automobile, gli anticipo che appena riuscirò a ritirare i miei soldi dalla banca andrò a mangiarmi un pollo gigante, e mentre scherziamo sul pollo vede un taxi collettivo che carica due persone, mi porge 20 pesos e mi esorta a correre lì e a vedere se possono bastarmi per unirmi a loro. Gli rispondo di non preoccuparsi e che è già stato gentilissimo a offrirmi il passaggio, non voglio che ci rimetta anche dei soldi, ma lui insiste, e mi consiglia di sbrigarmi perché c’è il pollo che mi sta già aspettando. Corro a fermare il taxi per domandare il prezzo della corsa: vuole 30 pesos, ma si convince per i 20, così prendo lo zaino e saluto il mio benefattore, lasciandolo lì, sorridente, in attesa della sua famiglia. Il taxi mi lascia proprio a due passi da una banca, entro, e riesco fuori carico di eccitazione, euforico… SI RICOMINCIA!!!

E’ incredibile la sensazione che si prova a sentirsi i soldi in tasca quando prima non avevi di che sfamarti. Cerco subito un posto per mangiare, il pollo gigante non posso farmelo perché è presto per la cena, e mi dicono che i polli non hanno ancora iniziato a prepararli, ripiego allora su uno sformato con una specie di polenta ripiena di pollo e sugo, una bella porzione, che mi soddisfa comunque quanto il sospirato pollo gigante. L’ho divorata con gusto, ora sono sazio e sereno, e posso farmi un giro per vedere Tenosìque: non mostra niente di particolarmente entusiasmante, ma appare accogliente; sembra una cittadina molto calma e piuttosto benestante, o per lo meno non disagiata come tante altre del Messico, con facce cordiali e un fiume che passa per il centro, fascinoso come tutti i corsi d’acqua nei centri abitati.

    Il giorno seguente sono nuovamente sulla “Ruta Maya” (il percorso archeologico) a visitare le rovine di Palenque, forse quelle che più mi emozionano. Le costruzioni sono meno imponenti e senza nessuna di spicco che valga le colossali opere che ho ammirato fino ad ora, ma qui ci si addentra in una città quasi intatta, con un palazzo signorile nel quale sono tuttora distinguibili le stanze, i corridoi, i cortili, e percorrendoli pare quasi di penetrare nelle loro vite, nelle loro antiche storie; anche se con i dovuti rapporti, può sembrare una specie di Pompei messicana, e il tutto in un ambiente paesaggistico assolutamente nuovo e differente dagli altri siti: Chichèn Itzà e Uxmal erano dei grandi spazi aperti, mentre Palenque è una città totalmente immersa nella selva. Le costruzioni più grandi e tutto il centro della storica città si trovano in un grande giardino circondato dalla giungla, e all’interno della stessa giungla, sparsi, s’incontrano molti altri templi e costruzioni, in un contorno di paesaggi naturali che tolgono il fiato; tra questi, una suggestiva cascata lungo un fiumiciattolo che forma piccole piscine nella roccia, dove gran parte dei turisti si ferma per rinfrescarsi e per fare il bagno. E non è tutto: riscendendo la giungla lungo il fiume, si arriva a un ricchissimo museo prodigo di reperti dal fascino intramontabile. Ripenso all’anno prima, in Venezuela, quando in una cittadina ai bordi dell’alta amazzonia ho imparato da un indio cosa significasse per loro la selva, quel bellissimo rapporto di dedizione, di amore e timore: ne parlava con affetto, come si parla di un padre giusto ma severo, al quale ci si affida nonostante la sua durezza perché dà sicurezza e protezione. La selva ha una sua anima, una sua voce e delle sue leggi, e i suoi figli, anche se non le comprendono, devono rispettarle, non si fa nulla contro il volere di essa. Io adesso la sto attraversando con quello stesso rispetto, e la sento viva, la sento respirare, e sento che in qualche modo lei lo percepisce, e lo apprezza, la sento benevola.

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