Tornato in città, vado a mangiare in un ristorantino casereccio, uno di quei posti non propriamente turistici che abbondano in America Latina, e probabilmente in tutti i paesi poveri, dove piatti e posate sono rigorosamente scompagnati, tazze o barattoli di vetro fanno le veci dei bicchieri, e i tovaglioli sono spesso di carta grezza o magari anche un rotolo di carta igienica; posti in cui tutto è arrangiato come lo è nelle case della gente, e in cui, come nelle case della gente, si mangiano piatti essenziali, non troppo elaborati, ma ricchi dei loro sapori. Mi prendo un uovo alla messicana, una fettina, riso, insalata, e le imprescindibili tortillas con la piccantissima salsa di chile servita a parte, come di consueto. Ne esco più che sazio e subito mi reco a prendere un nuovo autobus: destinazione San Cristòbal de Las Casas, nel Chiapas, a più di duemila metri di altitudine, dove arrivo verso le 11 di sera, e dove, per combinazione, mi fermo a dormire nello stesso ostello dov’è anche Micheal. Sono contento di essere rientrato nel circolo degli ostelli: è più di una semplice sistemazione per dormire, è un modo di concepire il viaggio, e una volta che si è nel giro è difficile che se ne esca. In ogni ostello, infatti, ci sono volantini e informazioni sugli altri delle zone limitrofe, e da tutta la gente che si va conoscendo, con cui si scambiano indicazioni e notizie circa le possibili tappe successive, si ha sempre qualche suggerimento utile anche per dove alloggiare, tanto che poi, ovunque si vada, si finisce per avere già in tasca l’indirizzo per un nuovo ostello, che a volte capita di raggiungere direttamente in compagnia di altri che partono lo stesso giorno e condividono la stessa meta, oppure, come a me è successo qui, non è raro imbattersi in qualcuno che si era già conosciuto prima, da un’altra parte. Per chi viaggia solo, oltre che un ottimo appoggio, l’ostello è un punto di ritrovo. Per contro, viene penalizzato un po’ l’esercizio della lingua, perché gli ostelli tendono a diventare luoghi asettici rispetto all’ambiente esterno, nei quali si è portati a dimenticarsi del contesto che si sta vivendo fuori e si parla quasi esclusivamente inglese, però sono pratici, economici, e ci s’incontra gente interessante. Micheal riparte domani, io mi tratterrò almeno per tre giorni: finora ho girato senza sosta, vedendo un sacco di posti, ma sempre in corsa, senza sentirmi parte di essi, senza mai riuscire a viverli come avrei voluto. E’ come avere in bocca una miriade di gusti, buonissimi, ma che ho solo assaporato, e che finiscono per confondersi tra loro; mi sento come se fossi stato davanti a un buffet pieno di cose da assaggiare, ma sempre e solo assaggi, e sempre in piedi. Ora voglio sedermi, stare comodo, e gustarmi appieno i piatti più saporiti, e San Cristòbal è la mia prima portata.
San Cristòbal è il cuore indio del Messico, la zona intorno cui si è sviluppato l’EZLN, il movimento zapatista, e da dove è partita la storica marcia che ha portato il Subcomandante Marcos e gli altri dimostranti fino a Città del Messico. Percorrendola si scopre una città povera, gonfia di storie, d’identità, di tradizioni, di una sua schietta autenticità, animata nel centro da un coloratissimo mercato artigianale all’aperto e dal caratteristico zòcalo (così si chiama la piazza principale in tutti i centri del Messico). Attorno a questi, un viavai di gente, per lo più indios che scendono dalle montagne d’intorno, con i loro tipici vestiti di stoffe variopinte, per trovare tutto quello che il villaggio non può offrirgli: s’incontrano donne che tessono in strada le loro stoffe da vendere ai turisti, bambine che camminano con mazzetti di braccialetti colorati fermando con insistenza chiunque incrocino, bambini che, come un tempo i nostri sciuscià, cercano di guadagnarsi qualche manciata di pesos lustrando scarpe con sapiente perizia, e altri, quasi tutti uomini, che vanno a ingrossare le lunghissime ma ordinate code fuori dalle banche, ognuno con la sua immancabile borsa a tracolla. La sera invece, sempre nello zòcalo, c’è il raduno dei mariachi, i tradizionali girovaghi della musica popolare messicana, che si ritrovano qui dopo aver brindato e cantato le loro storie in tutti i locali della città.
Al mattino del mio primo giorno a San Cristòbal, dopo averli attesi impazientemente, apprendo i risultati delle elezioni italiane, e non sono affatto buoni: dopo i tanti sondaggi, ora è ufficiale, ho perso, e stavolta senza nemmeno aver giocato. Ho un senso di colpa per non aver votato, anche se il mio voto non avrebbe cambiato nulla. Confidavo nel buonsenso degli italiani, ma evidentemente non ne hanno molto. Sono così maledettamente deluso! Non riesco a capire come sia stato possibile che… Sono tante, troppe le cose che non riesco a capire.
Mi fermo a mangiare un panino in una specie di bar, mi avvicinano due bambine con i loro braccialetti in mano che mi chiedono, con una vocina supplicante studiata a perfezione per intenerire i turisti, di comprarne qualcuno; mi metto a scherzare con loro, si siedono vicino a me, e ordino due bei frullati alla fragola, che si gustano raggianti. Vorrei comprarli tutti, i loro braccialetti, e tutti quelli delle altre bambine, tuttavia non servirebbe a molto, quello di cui hanno bisogno non è solo qualche moneta elemosinata da un turista, ma un aiuto ben più grande, la possibilità di crescere serene, una scuola, un posto dove giocare; sono tante le cose che il Messico potrebbe fare per loro, per restituirgli la vita, eppure non sembra fare molto, e loro vanno avanti in questo modo, rassegnate all’unica vita che conoscono, senza neanche sperare che questa possa cambiare. Quando vado via, vogliono regalarmi due dei loro graziosi braccialetti, che scelgono per me, e due dolcissimi sorrisi. Continuo a girovagare, ancora amareggiato, per il resto della giornata, finché non giunge la sera, che impegno nei locali del centro: ce ne sono diversi che fanno musica dal vivo, e mi fermo in qualcuno di questi. L’incanto di questa città inizia a travolgermi, a cambiarmi d’umore, dimentico le elezioni, e adesso i miei pensieri sono tutti qui, rapiti dall’aria che sto respirando; sono felice di ciò che vedo, di ciò che ascolto, sono felice di esserci, di questi posti, della musica, delle facce che ho intorno. Ne esco traboccante di emozioni, inebriato dall’aria di San Cristòbal, inebriato dal Mexico.
La seconda sera torno in uno dei locali per ascoltare un gruppo di quattro argentini che ho conosciuto nel pomeriggio, quando si sono messi a suonare in strada proprio all’angolo dello zòcalo; sono buoni musicisti: basso, chitarra, batteria e voce, e hanno suonato, con un’amplificazione essenziale, un repertorio in inglese e spagnolo che variava tra sonorità reggae, ska e rock. Hanno attirato l’attenzione di un vasto pubblico che si è disposto in semicerchio attorno a loro, quasi tutti indios, che pareva fossero lì solamente per curiosità: guardavano l’esibizione senza nessun coinvolgimento, impassibili, senza un piede mosso a tempo, senza un applauso… nessun movimento, nessuna partecipazione. Eppure rimanevano lì; immobili, ma rimanevano lì, a guardare uno spettacolo che forse nemmeno gradivano, ma che probabilmente non avevano mai visto prima: gli assolo di una chitarra elettrica distorta, i suoni caldi di un basso amplificato, i colpi secchi e regolari del rock sulla batteria. Li ho osservati estasiato: era una platea talmente unica… normalmente un pubblico così distaccato non c’è proprio da augurarselo quando si suona in strada, ma in questo caso, guardandoli, era il miglior pubblico che esistesse. Nel loro silenzio gli indios stavano ricevendo da quei ragazzi qualcosa di nuovo, di magico, e avrei dato chissà cosa per poter suonare anch’io per loro. La sera, nel locale, il gruppo ripete lo stesso repertorio, ma in un contorno più canonico e molto meno emozionante. La terza sera, invece, sono già sul pullman per Oaxaca.
Mi sveglio al termine di una nottata stremante, sballottato dalle curve che lo scalcinato autobus ha risceso nel buio della montagna. Per il resto è un viaggio come tanti altri: cominciato con i soliti venditori saliti sul pullman prima della partenza, che con un’instancabile parlantina presentano i propri articoli, dalle creme a oli miracolosi, a giochi, libri, sveglie elettroniche, e ogni altro genere di cianfrusaglia, fino a preziosi ciondoli d’argento pregiato che qualche fantomatico produttore offre a prezzo stracciatissimo solo per oggi, e solo per i pochi fortunati di quest’autobus, un’occasione imperdibile! Poi, finite le presentazioni, percorrono tutto il corridoio consegnando il prodotto a ciascun viaggiatore, per farne apprezzare l’eccezionale qualità, e tornano indietro, senza intanto aver mai smesso di parlare, a raccogliere quasi sempre il prodotto restituito e qualche rara volta il ricavato della vendita, sofferto frutto delle proprie fatiche. Siamo partiti che era già buio e verso metà viaggio c’è stata la tipica confortante sosta davanti a un chiosco-ristorante sulla strada, dove gli autisti si rifocillano assieme a qualcuno dei passeggeri, e ci si rivede tutti sopra l’autobus entro un quarto d’ora. Dopo qualche ora il sole inizia a scoprire il panorama, nuovo ma altrettanto bello: un paesaggio con piante di cactus che cominciano a rubare il terreno alla rigogliosa vegetazione del sud, con i piccoli villaggi che vengono ora annunciati dai cartelli, i primi in lamiera che abbia visto finora, e con le case, seppur poche, tutte in cemento, molte anche con la macchina parcheggiata di fuori, più qualche chiosco-bazar già ben fornito, e le prime fabbriche di mezcal, di cui Oaxaca è l’orgogliosa capitale, un’acquavite simile alla tequila (si ottiene dallo stesso cactus, l’agave) ma più pura, che si beve abitualmente con sale e limone, e che di solito ha nella bottiglia il caratteristico verme, che qui chiamano gusano.
Sono in città prima delle dieci, e Oaxaca risplende sotto un limpido cielo azzurro, lo stesso che mi ha accompagnato fino a pochi giorni fa ma che a San Cristobal è rimasto nascosto oltre le pesanti nuvole; mi reco subito in centro a fare conoscenza con questa nuova tappa: una città spumeggiante, considerata la città d’arte del Messico, con dei bellissimi palazzi, musei, chiese, mostre, e un’intensa attività di altre manifestazioni artistiche e musicali che ruotano intorno alla vivace Casa della Cultura. Le strade del centro sono in scompiglio: sono capitato proprio nel bel mezzo di uno sciopero nazionale degli insegnanti della scuola primaria. Per poter manifestare a oltranza senza dover interrompere i servizi scolastici, è partita una mobilitazione a catena di tutte le forze docenti del paese: tre giorni di sciopero, a turno, nelle capitali di ogni regione del Messico, e questa era la prima giornata per gli insegnanti dello stato di Oaxaca. Hanno occupato tutte le strade intorno allo zòcalo, montando tende e stendendo alla meno peggio dei teli per farsi un po’ d’ombra, e per tutti e tre i giorni non si sarebbero mossi da lì, per poi passare il testimone alla regione successiva. Manifestano per chiedere l’aumento dei fondi per l’istruzione, che al contrario, in uno stato in cui l’analfabetismo supera il 50%, rischiano addirittura di essere tagliati. Accanto al presidio dei manifestanti, sotto i portici a un lato dello zòcalo, c’è una mostra all’aperto sul movimento rivoluzionario dell’EZLN, con foto, manifesti e vignette satiriche; mi fermo a guardare la mostra mentre nelle orecchie risuona sempre lo stesso malinconico giro di note che un vecchio sassofonista qui vicino sta ripetendo all’infinito.


