Passo la maggior parte delle mie giornate oaxaqueñe seduto sulle panchine dello zòcalo a guardare la piazza, i suoi alberi, la sua gente, ognuno con il suo umore, con la sua camminata; sono davanti a un crocevia di storie, di esperienze, e io mi trovo nel mezzo, a guardarle passare provando a immaginarle, e vorrei conoscerle tutte quante, tutte le facce del Messico. Cresciamo in un mondo piccolo, e talmente chiuso da non riuscire a vedere oltre; senza rendercene conto ci abituiamo a pensare che gli unici modelli di vita siano quelli che viviamo noi, che ci vivono intorno, che il mondo sia tutto lì, e che fuori esista soltanto qualche bizzarra, eccentrica diversità. Nelle facce di Oaxaca rivedo tutte le facce dei mondi lontani dal mio, di tutti gli indios che ho visto in questo e altri viaggi. M’immergo nei loro occhi, poi ne esco e mi ci specchio. Ho così tanto da imparare da loro. Vorrei dimenticare tutto quello che conosco, cancellare tutti i miei pensieri di occidentale cresciuto a pasta e televisione, morire e poi rinascere in uno sperduto villaggio dell’altopiano messicano, essere anch’io figlio di questa terra e guardare le cose dai loro stessi neri occhi a mandorla.
E’ il terzo giorno qui, e sento di nuovo il bisogno di ripartire, di vedere altri posti, vado a informarmi sui pullman per Veracruz, una città di mare sul golfo del Messico; continuo a fermarmi o a riprendere la strada senza nessun vero programma, lasciandomi guidare solo dal mio amore per il viaggio: è lui a decidere dove andare e quando ripartire. Non so e non saprò mai se quello che sto facendo sia il giro migliore, ma sono convinto che, in qualsiasi direzione decida di andare, non esista un posto in cui possa pentirmi di essere stato, e allora io vado, provando ogni volta la sublime sensazione di una nuova partenza. Il pullman parte alle 22.30, ho tempo, e rimango per la serata a passeggiare in centro e, quando capita, a parlare con qualcuno; uno di questi, tra una chiacchiera e l’altra, mi dice che in questi giorni il tempo non promette niente di buono a Veracruz, lui è informato perché ci abita sua sorella: sta piovendo parecchio, e continuerà per tutta la settimana prossima.
Giunta l’ora, mi preparo e m’incammino per le vie del mercado, dove c’è una confusione pazzesca tra banchi che smontano, i maestri ancora accampati lì vicino, e fiumi di gente da tutti i lati delle strade: sono già spuntati anche gli affollati chioschetti per i tacos (tortillas calde con ripieno, tipicamente di carne, oppure di pollo, formaggio, verdure o uova, condite con salse varie, e poi richiuse su sé stesse da un lato, a mo’ di borsellino), popolarissimi per le strade messicane, che in alcune località diventano veri luoghi di ritrovo dove intere famiglie si recano per andare a cenare fuori. Lungo la strada mi fermo nella piccola tavola calda a conduzione familiare in cui sono stato per il pranzo: mi sono trovato bene, sono molto simpatici e voglio salutarli prima di ripartire; scherzo un po’ con loro mentre mi rinfresco con un bicchierone di acqua e succo di papaya, poi riprendo il cammino. Percorro un centinaio di metri, e di colpo mi sento strattonare lo zaino da dietro: è la bellissima bambina di quel ristorantino che mi ha raggiunto correndo e che, ancora col fiatone, mi chiede di lasciarle il mio indirizzo; è una sorpresa bellissima, inaspettata, glielo scrivo con gioia e la prego di salutarmi con un bel bacio tutta la famiglia.
Alle 22.30 in punto sono sull’autobus, come previsto, ma non più per Veracruz, parto per Puerto Escondido: alla stazione, mentre stavo per fare il biglietto, ho deciso di cambiare meta, e di dirigermi sulla costa del Pacifico, dove mi affaccerò per la terza volta nella mia vita dopo averla vista da Canada e Cile. Ci arrivo, e trovo un posto da sogno; mi hanno detto tutti che di solito è pieno di italiani, sicuramente per via del film di Salvatores e del libro di Pino Cacucci da cui è tratto, ma ora, a maggio, di gente ce n’è poca. Passo l’intera giornata con una ragazza australiana, una gran camminatrice, che girerà il mondo per due anni prima di far ritorno a casa; troviamo un posto dove lasciare lo zaino e andiamo subito in spiaggia a passeggiare sotto il cocente sole, che guarda questa fetta di mondo più da vicino che le nostre terre, e fa di tutto per farlo notare! In acqua ci sono già i surfisti che giocano con le onde: Puerto Escondido è popolare tra loro per essere la terza località migliore al mondo per il surf, superata solo da una spiaggia californiana e da una dell’Australia. Mi faccio anche il bagno, per rinfrescarmi, trovandomi poi… a dover lottare per la vita contro l’impetuosa forza dell’oceano e contro i serpenti velenosi che lo infestano!
A dire la verità non è stata così tragica, ma ho dovuto faticare un bel po’ per vincere la corrente che mi stava spingendo come mai avrei creduto, con onde che, da piccole e innocue che apparivano quando sono entrato, si stavano ingrandendo sempre di più, e ognuna di queste, dopo avermi trascinato per un po’ verso la riva, illudendomi, subito dopo mi riportava indietro, sempre più al largo; ho dovuto far ricorso a tutte le forze che mi restavano, e quando finalmente ho raggiunto la spiaggia ero sfinito. Di serpente invece ne ho visto soltanto uno sulla battigia, a un centinaio di metri da dove mi stavo bagnando: un bellissimo serpente colorato di giallo e di nero, lungo quasi un metro e largo come il manico di una scopa; a ogni passaggio le onde lo posavano sul bagnasciuga per poi venire subito dopo a riprenderlo, quasi che lui le richiamasse per tornare a sguazzarci dentro. Solo più tardi mi hanno spiegato che quel serpente è di una specie velenosa, aggiungendo anche che in quel tratto di mare è severamente vietata la balneazione per la pericolosità delle correnti, e il rigoroso divieto è indicato dai cartelli posti scrupolosamente in tutti i bar e ristoranti della zona… peccato che nessuno abbia pensato di mettere un cartello anche sulla spiaggia!
Nel pomeriggio giriamo un po’ per esplorare i dintorni, dopodiché prendo l’autobus per Mazunte, una spiaggia vicina, non prima di consumare con l’australiana un paio di strepitosi margarita sulla spiaggia, come necessario tributo al tropicale, dolce, far niente. E’ stata una ragazza italiana, a Oaxaca, a parlarmi di Mazunte: lei c’è rimasta per un mese a lavorare, e a sua detta è molto meglio di Puerto Escondido. L’autobus passa proprio accanto a un paesino dove questa sera terminerà in pompa magna la fiesta del pueblo, cominciata tre giorni fa. La strada domina il piccolo centro dall’alto, e da qui si può percepire tutta la grande eccitazione e il fermento che lo animano: non deve essere molto grande, si vedono solo poche case, ma c’è una miriade di macchine parcheggiate ovunque e un’incredibile brulicare di gente; c’è la giostra con un’enorme ruota, dei larghi e stracolmi spalti affacciati su un rodeo, e banchi da mercato a occupare ogni altro spazio rimasto. E’ bellissimo da vedere, brillante di luci e d’entusiasmo, vorrei fermarmi lì anch’io ma è già buio, e in qualsiasi posada, se mai lì ce ne fossero, ormai sarebbe impossibile trovare un posto libero. Arrivo con l’autobus alla mia fermata e prendo un taxi collettivo per Mazunte. L’auto è piuttosto malridotta, guidata però con sicurezza dal tassista, un pazzo: muove il volante come fosse un timone e corre gettandosi impetuosamente nelle strette curve, spingendo giù sull’acceleratore, incurante di quale sia la sua corsia, ammesso che sappia di averne solamente una. Mi lascia all’imbocco di un vicolo buio che porta alla spiaggia, e io m’incammino; le uniche luci vengono dall’interno di qualche casa che spunta qua e là tra gli alberi, e in fondo alla via trovo il mio ostello, o meglio l’ostello di Carlos “Einstein”, un folle personaggio sulla cinquantina che gira sempre mezzo nudo, con la sua capigliatura bianca, folta e riccioluta come quella dello scienziato, raccolta con un’ampia fascia intorno alla fronte. L’ostello è una struttura in legno a due piani, sistemata da un lato della spiaggia. Al piano di sotto c’è un grosso tavolone di legno, enorme teatro dei molti momenti di ritrovo passati tra birre, mangiate e chiacchierate; il piano di sopra, accessibile con una scala a chiocciola, è invece dedicato agli alloggi, con una metà del piano, buona per chi voglia avere almeno tre pareti e qualcosa che dia l’idea di un giaciglio, divisa in stanzette comuni separate da tramezzi e aperte da un solo lato, mentre l’altra metà è un unico ambiente aperto, riparato soltanto dal tetto che poggia su un porticato, per chi, attratto da una soluzione tanto più spartana quanto più caratteristica, si accontenti di dormire su una delle amache fissate alle travi. Scelgo la mia amaca per passare la notte e vado a mangiare un gustoso panino in uno dei chioschi sulla spiaggia; quando ne esco rimango a guardare il mare nell’oscurità, è proprio sotto il mio alloggio, e ne sento la brezza pervadermi, mi accarezza, mi soffia dentro, nell’anima, e continua a farlo anche dopo, nella mia amaca, sotto il mosquitero che mi protegge dalle zanzare, e mi addormento così, con il vento dentro.
Solo al mattino acquisto la piena consapevolezza di quale paradiso stia abitando: una piccola baia chiusa negli scogli, che si alzano maestosi tra le onde, e dietro, al di là della solitaria spiaggia, un palmeto generoso di dolce cocco che la separa dalle verdi colline che chiudono il paesaggio in lontananza; e ancora, tra le palme, capanne e chioschetti dove per qualche giorno avrei bevuto birra fresca e mangiato degli indimenticabili piatti di pesce. Questo è ciò che, sotto le prime luci dell’alba, dal secondo piano di un ostello sulla spiaggia, ancora avvolto nella confortevole amaca, si presenta davanti al mio sguardo appena apro gli occhi. E’ un posto formidabile, sensazionale, è il mondo intero, è tutto: un posto per chi “ha la nozione del tempo”, come amava ripetere Dean Moriarty nel libro di Kerouac. Anche con la compagnia non mi è difficile ambientarmi, e la sera andiamo, con due ragazze tedesche e un ragazzo francese, a goderci il tramonto in una bella spiaggia di sabbia nera dall’altra parte della scogliera, a dieci minuti di cammino dall’ostello. Siamo sulla parte di costa dove, proprio in questi giorni, le tartarughe marine cominciano a venire di notte a depositare le uova, e nutriamo una sottile speranza di vederne passare. Le spiagge più adatte, dove si può avere quasi la certezza di incontrare qualche tartaruga, sono troppo lontane da raggiungere a piedi, e nemmeno il periodo è il più indicato, sarebbe meglio aspettare qualche giorno, però ci hanno detto che con un po’ di fortuna potremmo vederne qualcuna anche questa notte, su questa spiaggia, e noi siamo subito partiti entusiasti, muniti della nostra torcia, di qualche birra e di massicce dosi di ottimismo.


