Dopo il pranzo mi aspettavano venticinque ore di viaggio, o giù di lì, considerando quanto aleatori fossero gli orari degli autobus in quella regione. Uscendo da Puerto Madryn ritrovavo il medesimo panorama che mi aveva accolto all’arrivo: alcune case fino alla periferia, e poi il deserto, il nulla fino all’infinito. Anche dall’autobus, tra un sonno e l’altro, ho potuto apprezzare ancora una seconda alba memorabile: non c’era il mare, ma i colori sulla steppa piatta erano ugualmente magnifici. Questa Patagonia era proprio la fine del mondo… o quasi.
Di nuovo, a Rio Gallegos, dove ho dovuto trattenermi qualche ora, ho trovato un vento che sconcertava per la forza con cui riusciva a soffiare, c’erano così tanti nodi di vento che persino il più esperto dei marinai avrebbe faticato per scioglierli. Rio Gallegos era la città più a sud del continente prima della Terra del Fuoco, e la città più a sud del mio breve viaggio: da lì ho cominciato a risalire verso nord lungo la cordigliera delle Ande, dove il cammino mi ha portato a sostare per la notte a El Calafate. Affacciata sul Lago Argentino, uno dei laghi maggiori del Sud America, El Calafate era una località turistica molto curata e incastonata in uno scenario innegabilmente gradevole, ma soprattutto era comoda per la sua posizione strategica, da lì, infatti, partivano le escursioni per la regione dei ghiacciai, il che la rendeva una tappa piuttosto obbligata per chi intendesse visitare la zona. L’aspetto così ordinato da paesino di montagna centroeuropeo differiva parecchio dal carattere più selvaggio, sanguigno, spontaneo e spensierato dell’Argentina patagonica che mi ero immaginato, ma questo non ne ridimensionava il fascino, che anzi emergeva nell’oasi di casette e negozi in legno che popolavano le vie più centrali. Anche il mio ostello, straordinariamente accogliente sia per la struttura, sia per la gente che l’abitava, era ricavato in una nuovissima e graziosa costruzione tutta in legno, posata su una tranquilla strada sterrata ai margini della cittadina; poco più avanti nuovamente il deserto, e mi divertiva fare avanti e indietro passeggiando tra il vivace borgo turistico e l’anticamera del nulla.
Intanto cercavo informazioni su come raggiungere Bariloche, che avevo già eletto come meta successiva: mi avevano detto che non esistevano mezzi pubblici che percorressero quel tratto, che sulla carta sembrava piuttosto diretto ma, a sentire tutte le agenzie, altrettanto impraticabile. Per arrivarci in bus sarei dovuto tornare fino a Rio Gallegos, poi di nuovo indietro per risalire a Puerto Madryn, da lì procedere verso nord fino a Neuquén, per poi riscendere a destinazione: un delirio, un’assurdità lunga tre giorni che non aveva senso per un tragitto apparentemente così lineare oltre che ragionevolmente prossimo. L’unica alternativa era andarci in aereo, ma al momento non c’era disponibilità su nessuno dei voli, non avevano potuto offrirmi di meglio che la lista di attesa, con il rischio di dovermi trattenere lì fin quando non si fosse liberato un posto.
La mattina del lunedì, in attesa del pullmino per andare a vedere il Perito Moreno, il ghiacciaio più visitato e più facilmente accessibile dell’area, ho visto il cartello di un bus diretto fino a Bariloche, che partiva una volta a settimana e proprio di lunedì: passava per la mitica Ruta 40, la famigerata strada panoramica che risaliva la Patagonia verso nord per più di duemila chilometri costeggiando la cordigliera, la stessa strada che aveva percorso ben più temerariamente un giovane Ernesto “Che” Guevara, prima che diventasse il celebre combattente rivoluzionario, nel suo viaggio per l’America Latina a bordo dell’inarrestabile Poderosa II. Ho avuto appena il tempo per correre a cancellare la prenotazione per il volo, riservare per la stessa sera un posto in bus, e saltare sul pullmino locale che, con sopra tutti i passeggeri pazientemente comprensivi, era gentilissimamente rimasto fermo ad aspettarmi. Il viaggio si metteva bene, sempre di più.
Qualche volta, con il mio modo di avventurarmi allo sbaraglio senza prima aver prenotato nulla, anche in piena stagione turistica come in questa occasione, rischiavo di far fatica ad assecondare tutte le fantasie che mi venivano man mano per l’itinerario. Senza aver organizzato niente per tempo, in parte per la difficoltà nel reperire informazioni esatte sui trasporti locali, ma probabilmente anche e soprattutto per una precisa volontà, in realtà non sempre del tutto consapevole, di non crearmi vincoli con prenotazioni e appuntamenti presi con troppo anticipo, ogni volta, per poter fare le cose nei tempi giusti, che poi erano immancabilmente strettissimi, dovevo misurarmi sul posto con tutti gli imprevisti e gli impedimenti del caso. Ovviamente poi, scegliendo spesso mete non troppo originali, di tanto in tanto i programmi erano destinati a saltare, altre volte si dovevano perlomeno ridimensionare; alla fine, però, spuntava sempre qualche clamoroso colpo di scena che non mi facesse perdere le cose più entusiasmanti, e se proprio dovevo rinunciare a una cosa ne veniva fuori un’altra che nemmeno avevo considerato e che puntualmente si rivelava una lietissima sorpresa, o almeno questa era l’impressione che mi restava di solito, esattamente come questa volta. Perciò, avendo trovato quell’autobus di cui la maggior parte della gente ignorava perfino l’esistenza… Si, il viaggio si metteva bene, sempre di più.
Costeggiando le acque turchesi del Lago Argentino, il pullmino è salito lasciandosi dietro la steppa patagonica fino all’arrivo a destinazione, dove siamo scesi tutti un po’ impazienti, un po’ eccitati, perché sapevamo che proprio lì, a due passi dalla fermata, c’era da vedere qualcosa di molto, molto speciale: una di quelle cose che basta trovarsele davanti agli occhi, anche solo per una volta, e capisci subito che non le dimenticherai più per tutto il resto della tua vita. Stavamo, infatti, all’interno del Parco Nazionale “Los Glaciares”, e affacciandoci da lassù potevamo già ammirare in tutta la sua bellezza e maestà la più celebre tra le attrazioni del parco: el glaciar Perito Moreno, una delle meraviglie naturali più sontuose, solenni e sbalorditive che si possano trovare al mondo.
Dall’alto si vedeva una morbida e lunghissima lingua di ghiaccio, estesa, che scendeva tra le montagne per chilometri prima di adagiarsi con grazia sopra le acque del Lago Argentino, tra i pendii boscosi che segnavano i confini del bacino; guardandolo dalla riva, appariva invece come un immenso muro di ghiaccio solido, imponente, impenetrabile, una parete alta più di cinquanta metri che terminava con punte frastagliate, un paesaggio scolpito che faceva ancora più effetto se arrivavi fin sotto, salendo su una grossa imbarcazione che portava i turisti avanti e indietro, un’imperdibile opportunità che in pochi si lasciavano scappare. Da lì sotto ci si poteva gustare al meglio lo spettacolo che rende quel ghiacciaio così particolare e rinomato: il continuo distaccamento di lastre di ghiaccio, d’interi blocchi che franavano in acqua o si spezzavano formando una miriade di piccoli e grandi iceberg che rimanevano nei paraggi vagando alla deriva in attesa, prima o poi, di sciogliersi. Lo sciogliersi dei “tempanos”, questo il nome in spagnolo dei blocchi di ghiaccio galleggianti, e le particelle minerali che restavano sospese nell’acqua, regalavano a quello scenario un’altra delle sue straordinarie peculiarità: il celeste dell’acqua si mescolava a una sostanza opaca biancastra che appariva quasi densa, sembrava un lago di acqua e panna, un lago di latte vagamente trasparente con sfumature turchesi, che non prendevano mai un colore troppo definito, così come anche il ghiaccio che variava la tonalità delle sue tinte dal bianco più candido fino a un intenso e vivace azzurro.
I colori intorno erano quelli tipici caldi delle pendici di montagna in un giorno d’estate, con temperature assolutamente gradevoli, la vegetazione era verde e rigogliosa, giacché l’altitudine non era molta, e all’infuori dal lago non c’era nulla che potesse far pensare a una zona di ghiacciai: nel mezzo c’era il ghiaccio, una quantità indescrivibile di ghiaccio, ma ai lati c’erano solo boschi, e anche questo donava la sua porzione di magia a quella veduta stupefacente. Il motivo di un contrasto tanto evidente era che il ghiaccio non si formava lì ma veniva da più su, dalle precipitazioni sullo Hielo Continental Patagónico, dove le temperature si mantenevano più basse principalmente a causa dei venti, delle correnti fredde e incessanti che soffiavano dal sud sulla cima delle montagne, e dove i cumuli di neve erano trasformati in ghiaccio e spinti in basso fino a riempirne i laghi, a dispetto delle temperature tutt’altro che glaciali che stavano lì sotto.
Nella parte più stretta del lago, il ghiaccio del Perito Moreno avanzava sotto quella spinta, lenta e inesorabile, fino a raggiungere la sponda opposta, separando i due rami del bacino con una diga naturale nella quale l’acqua, salendo di livello ed esercitando una pressione enorme, riusciva con il tempo a crearsi un varco, aprendo un foro e lasciandosi sopra un ponte di ghiaccio che più o meno puntualmente, in genere ogni due o tre anni, alcune volte qualche anno in più, sempre grazie all’azione erosiva dell’acqua, regalava ai fortunati presenti lo spettacolo della rottura e del crollo. L’ultima rottura si era verificata due anni prima, intanto il ponte si era formato di nuovo, l’acqua scorreva già sotto copiosamente, e il crollo successivo, come ho potuto poi vedere su un documentario in tv, sarebbe avvenuto solo un paio di mesi dopo.
Anche quando il ponte se ne stava fermo al suo posto, però, il movimento di tutto il ghiacciaio era lo stesso ininterrotto, crepitio e fragore si alternavano tra piccoli assestamenti, crepe, e crollo dei lastroni che franavano in acqua, risuonando nitidi nel silenzio che regnava tutt’attorno, e in quei suoni, e in quelle immagini, per la lucentezza dei colori, per la forza esplosiva che aveva la natura, si poteva cogliere appieno quel “senso del sublime” tanto caro in età romantica a scrittori e artisti che usavano l’espressione per descrivere le emozioni più suggestive che la natura riusciva a trasmettere nelle sue manifestazioni più travolgenti.
Davanti a tanta bellezza, a dispetto della mia abituale ritrosia, non ho potuto evitare di fare alcune foto, e non era una cosa così scontata perché io con la macchina fotografica, quando sono in viaggio, ho sempre avuto un rapporto indiscutibilmente strano, a dir poco conflittuale.
Confesso, senza cercare inutili scappatoie divagando sul tema né tentare di sviare tornando repentinamente a trattare dello splendido panorama che si mostrava davanti ai miei occhi, che quella che ho per la fotografia è una sorta di mio personalissimo tarlo, una “tara mentale”, tra le tante che ho: ne ho in generale per la musica, per i libri, per il cibo, per ogni genere di spreco, e soprattutto ne ho più di qualcuna legata in qualche modo ai viaggi, e una di queste, in particolare, riguarda la fotografia.


