In realtà non è la fotografia in sé che mi crea disagio, anzi, quando trovo un soggetto interessante, adoro studiare tecniche, angolazioni, luci, forme, inquadrature, prospettive, far risaltare i soggetti, valorizzare i paesaggi… In ciò considero la fotografia un’espressione artistica che quasi non conosce confini, dalle potenzialità comunicative pressoché illimitate, talmente versatile e con la possibilità di sviluppare qualunque intuizione visiva, banale o geniale che sia, con tale libertà, che non si può non amare, nulla può svilire il gusto di catturare una scena che ti si palesa davanti più o meno inaspettatamente, o un’immagine studiata che si possa raffigurare proprio come la si era pensata. Quello che mi crea problemi di approccio, come dicevo, non è l’arte della fotografia in generale, ma soltanto le fotografie scattate da me durante un viaggio.
Tale mia personale e forse per qualcuno bizzarra filosofia, o come magari ho meglio detto prima, questa specie di tara mentale, che peraltro m’impegno da tempo a voler superare, mi porta a pensare che immortalando in una fotografia una qualsiasi situazione di viaggio, si corra il rischio di falsarne i ricordi, e non perché non valga la pena conservarne l’immagine o non sia piacevole poi riguardarla, ma perché poi col tempo si tende a focalizzare solo quella raffigurazione assolutamente parziale, associandola al ricordo di un luogo, alla rappresentazione di un momento, finendo per ricordare le immagini più dalle fotografie che si sono scattate che da com’erano rimaste impresse nella memoria, e questo fa perdere importanza a tutte le figure che avevano deliziato gli occhi e la mente ma che si aveva avuto il torto di non fotografare. Ecco, per dirla in breve, la sensazione che ho è che poi si tenda a ricordare solamente ciò che è entrato nell’obiettivo: ciascuna foto che faccio mi pare un’ingiustizia verso tutto quello che c’è attorno, quello che rimane fuori all’inquadratura, sotto, sopra, ai lati, ogni cosa che l’occhio vede un attimo prima e un attimo dopo lo scatto, ma che l’obiettivo non può vedere, è come se facessi un torto a tutte le altre immagini che animano il resto del viaggio, mi sembra di rubarle alla memoria.
Detto ciò, non sono in questo un fondamentalista, anche in viaggio può venirmi voglia di fotografare qualcosa di singolare, alcuni dettagli estetici, alcune facce, alcune persone che incontro, o le immagini che nella mia idea non potrebbero alterare la memoria perché sono cose così speciali da sapere già che le ricorderei comunque: mi era già capitato altre volte, poche per la verità ma ce ne sono state, di vincere tutte le inibizioni e lasciarmi andare a un piacere forsennato dello scatto davanti a qualcosa che mi colpiva in modo particolare, qualcosa che non avrei potuto più dimenticare, davanti a posti unici, posti come quello che avevo di fronte in quel momento, posti come el glaciar Perito Moreno.
Prima di ripartire ho vagato un po’ nei dintorni, mangiando qualche “calafate”, una saporita bacca dolciastra che cresceva su un arbusto molto diffuso nell’intera area, tanto diffuso da dare il nome anche al vicino centro abitato. Gironzolando per il parco era facile notare come, oltre che per la formidabile magnificenza del luogo, molti arrivassero lì anche per la ricchezza della flora e della fauna che popolavano la riserva naturale, per osservare generi più o meno rari di piante, di animali, di uccellini piccoli e variopinti nascosti tra i rami, o di specie smisuratamente grandi come il condor andino: in tanti si aggiravano silenziosi tra le vie e i boschi, appostati con binocoli, attrezzature e macchine fotografiche sofisticatissime… Di sicuro, loro non avevano per quella pratica l’irragionevole varietà di remore che avevo io.
Tornato in ostello, ho avuto tutto il tempo per preparare con calma il bagaglio, fare una doccia e rimettermi nuovamente in cammino. Al termine di una giornata così intensa, una volta salito sul pullman che ci avrebbe accompagnato per il lungo percorso, non c’è voluto poi molto perché infine crollassi in un profondo e rigenerante sonno.
Dopo qualche tappa, utile per rifocillarci e per ammirare meglio lo straordinario scenario incontaminato che accompagnava quell’ininterrotto e affascinante tragitto, una delle quali era poco distante dalla Cueva de Las Manos e dalle sue preziose testimonianze preistoriche che però non abbiamo avuto la possibilità di visitare, nel primo pomeriggio siamo arrivati a Perito Moreno, stavolta non il ghiacciaio ma la città, in realtà poco più di un villaggio con la sua piccola stazione degli autobus, dove abbiamo fatto una fermata di tre ore, anche qui con un vento impossibile che sembrava volesse spazzare via tutto quanto. Il villaggio non offriva un granché, c’era una via principale asfaltata e una serie di traverse, per lo più sterrate, dove non girava quasi nessuno: in tutto il pomeriggio, le persone che incrociavo erano quasi solo gli altri ragazzi che erano con me sul pulmino. Terminata la sosta, di nuovo tutti sul pullman, di nuovo sulla Ruta 40 a tagliare la Patagonia per altri lunghi e stupefacenti tratti di steppa nel territorio arido tra le montagne rocciose, poi il paesaggio si ammorbidiva, si faceva meno austero e si cominciavano ad avvistare zone sempre più verdi con alberi, boschi, montagne più alte e dai colori più intensi, fino alla meravigliosa regione dei laghi in prossimità di Bariloche.
A Bariloche ci siamo arrivati di mattina, al termine di un’altra quantità interminabile di ore, e mi sono subito diretto all’ostello nel quale alloggiava Alexandra, che era giunta il giorno prima e mi stava già aspettando. Abbiamo passato tutta la giornata insieme facendo escursioni per la montagna, concedendoci una pausa per un buon tè, al cui gusto non mancava quell’aggiunta di delizia e di sapore che prende qualsiasi cosa si consumi in aree incantevoli come quella che ci circondava, per poi risalire tra pinete, sentieri e ancora su lungo le piste da sci accanto alla seggiovia ferma in attesa del nuovo inverno, fino a raggiungere la cima del monte a 2400 metri sul livello del mare, da dove si dominava tutto: c’era un’imperiosa vista sui picchi innevati che spuntavano tutt’attorno e su valli, laghi e isolotti che completavano il panorama più in basso.
La neve che resisteva a chiazze metteva una gran voglia di avventurarsi in qualche discesa di “busta estrema”, ma eravamo sprovvisti dell’elemento essenziale di quest’avvincente pratica sportiva, la busta di plastica. In compenso, pur dovendo rinunciare all’emozione adrenalinica degli sport estremi, la nostra piccola dose di attività fisica non ce la siamo fatta mancare, e anziché riprendere l’autobus lì dove ci aveva lasciato, su una piazzetta ai piedi della seggiovia, abbiamo scelto di inoltrarci a piedi per un sentiero alternativo che scendeva a destinazione con un tragitto molto più lungo ma che prometteva d’essere altrettanto più avvincente. Abbiamo camminato, camminato, poi camminato e ancora camminato: non si arrivava più. A un certo punto ho pensato di fermarmi a dormire lì e ripartire il giorno seguente, suscitando espressioni d’incredula ilarità mista a tenera compassione sul volto di Ale che era ben più allenata di me, ma ho tenuto duro facendo leva sull’orgoglio e siamo riusciti ad arrivare giù al lago prima del tramonto.
Nella cittadina era pieno di residenti d’origine tedesca o svizzera, trasferitisi in massa insieme ai propri gusti e alle proprie abitudini, tanto da dare a tutto lo scenario le sembianze di un paesino della Baviera, con le atmosfere caratteristiche che si palesavano dallo stile delle case, dalle facce, dalle scritte sui negozi e pure dagli articoli che vi si vendevano dentro, e non era un caso infatti che nel secondo dopoguerra quella specie di succursale bavarese, grazie anche alle connivenze del regime dell’epoca, fosse diventata il rifugio preferito di tanti criminali nazisti, e qualcuno suppone che perfino lo stesso Hitler abbia dimorato lì dopo aver inscenato la propria morte.
Ma se l’ambientazione pareva assolutamente bavarese, quello che invece aveva un sapore tutto orgogliosamente e inconfondibilmente argentino era la carne: con Ale c’eravamo fatti consigliare il posto più rinomato perché ancora non avevamo avuto modo di mangiare la famigerata carne locale nella sua espressione più nobile e volevamo andare sul sicuro; ben indirizzati in una trattoria dall’ambiente tipico, rustica quanto bastava, con la cucina a vista e una griglia in sala di dimensioni esagerate, abbiamo chiesto la specialità della casa e ci hanno servito un Bife de Lomo incredibile. Incredibile. Davvero non credevo che potesse essere così.
Avevo mangiato già altrove la carne argentina, ne conoscevo bene la notorietà, ne avevo gustato la prelibatezza e avevo già potuto verificare quanto tale fama fosse meritata, eppure, ciò che ho provato quella sera in quel ristorante a Bariloche, è stato qualcosa di assolutamente inaspettato: non soltanto per il sapore, che già di per sé era sorprendente, ma in più, quella carne, aveva una consistenza che proprio non credevo possibile. Quando si parla di carne che si scioglie in bocca come se fosse burro, e spesso si abusa di questa similitudine, si pensa a un paragone esagerato che possa rendere un’idea più o meno corretta di una consistenza tenera. Quella carne no, era qualcosa di profondamente diverso: quando si diceva di quella carne che era così tenera da sciogliersi in bocca, voleva dire proprio che era così tenera da sciogliersi in bocca.
Anche il vino, un ottimo rosso di Mendoza con il quale abbiamo accompagnato quell’indimenticabile pasto, ci ha dato modo di apprezzare ancora di più la raffinata qualità dei prodotti da tavola argentini, e poi quella era la classica zona di montagna che ispirava sapori genuini e buona cucina, c’erano infatti tante altre specialità del luogo che avrei voluto assaggiare, come ad esempio la trota, il cinghiale, il cervo; peccato che la brevissima durata del mio fugace soggiorno mi impedisse di togliermi tutti quegli sfizi, per quanto, già solo quel Bife de Lomo, mangiato nell’unica sera che ho passato lì, sia stato sufficiente a imprimere un ricordo indelebile di quel paradiso del gusto.
Al mattino ero pronto per ripartire, la strada mia e quella di Alexandra tornavano a dividersi e da lì alla fine del viaggio non si sarebbero rincontrate, stavolta l’ho dovuta salutare senza poter improvvisare nuovi appuntamenti lungo il tragitto, poi mi sono rimesso in marcia per Mendoza.


