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Argentina barbara

Gen, 2006 ~ Lascia un commento ~ Written by cobbretto

    Dal pullman ho potuto riprendere ad ammirare lo strepitoso paesaggio proprio da dove l’avevo lasciato, tornando a costeggiare la regione dei laghi, lungo boschi e montagne, e tornando a percorrere la Ruta 40 che proseguiva ancora verso nord con le Ande, sempre presenti, a fare da sfondo. Il viaggio era comodo e piacevole, se non fosse stato per la solita overdose di aria condizionata e per il terribile intrattenimento che, altrettanto abitualmente, era il risultato di un’accurata selezione dei peggiori film d’azione statunitensi. Per fortuna avevo una buona compagna di viaggio per distrarmi dalle immagini e dai suoni fragorosi delle esplosioni, una signora cilena, trasferitasi in Argentina ormai da molti anni, che mi ha erudito su tutti gli elementi necessari alla corretta preparazione del mate e sulla solennità della condivisione con gli altri: il consumo della yerba mate in Argentina è una tradizione antica che conserva intatta tutta la suggestione del suo cerimoniale, sia per il cebador, che la prepara e la serve, sia per chi a turno la riceve e la sorseggia, almeno quando, come capita spesso, la si beve in compagnia. Per prima cosa va scaldata l’acqua, ma senza che arrivi all’ebollizione, nel frattempo si mette la yerba nel recipiente (che si chiama, appunto, “mate” e deve essere usato spesso per non alterare il gusto) e si copre col palmo della mano sbattendola per tirare via la polvere, poi s’inserisce la bombilla, che da un lato filtrerà il liquido e dall’altro farà da cannuccia, e una volta posizionata nessun altro dovrà più toccarla; quando l’acqua ha raggiunto la temperatura di 90 gradi, il cebador la mette in un thermos per mantenerla calda e inizia a versarla nel mate, bagnando prima le foglie più vicine alla bombilla. A questo punto il cebador beve per primo e comincia a passare l’infuso a tutti i partecipanti, facendo il giro verso sinistra e riempiendo il mate ogni volta, all’inizio sempre nello stesso punto e spostandosi poi, man mano che il sapore si perde durante la mateada, verso le foglie più lontane, rimaste ancora asciutte; ciascun partecipante alla mateada beve senza dire nulla, restituendo puntualmente il mate al cebador, finché riconsegnandolo non dice: «Grazie», vuol dire che quello era il suo ultimo giro e non ne vuole più, così il cebador continua a distribuire il mate solamente a coloro che non hanno ancora ringraziato, e che perciò ne vogliono ancora.

    L’impatto con Mendoza è stato diverso dai posti nei quali ero capitato fino a quel momento, indubbiamente più turistici e di conseguenza inevitabilmente più organizzati, in qualche maniera anche più sofisticati, ma che al contempo mostravano meno identità, apparivano più anonimi, forse per le eccessive influenze straniere, soprattutto di origini europee come lo era gran parte dei residenti, tanto che alcune località, e il caso lampante per eccellenza era Bariloche, sembrava tentassero goffamente di fare il verso all’Europa. Può darsi che fosse una mia impressione, solo perché cominciava a vedersi un maggior numero di abitanti di origini indigene, ma a Mendoza pareva andasse scomparendo quell’aspetto di “normalizzazione globale” e veniva fuori un proprio carattere distintivo di città argentina, protetta dalle alte montagne che s’intravedevano dalle strade del centro e che sembravano preservarla da ogni tentativo di contaminazione. Per il resto c’era il tipico viavai di passanti per le vie di un centro animato, le incredibili e sorprendentemente ordinate file fuori dai negozi e alle fermate degli autobus, non mancava il consueto monumento a San Martin, eroe dell’indipendenza argentina presente in tutte le città, e una bella piazza enorme impreziosita da fontane e giardini che, come la città stessa, dichiarava con orgoglio la sua semplicità.

Proprio in quella piazza mi ha avvicinato un uomo dall’aspetto alquanto trasandato, una specie di clochard che dava l’idea di fare la sua solita passeggiata tra le quattro pareti domestiche, che per lui sembravano essere i palazzi sui viali che delimitavano l’intera piazza che doveva fargli da alloggio. Mi ha chiesto di dove fossi, probabilmente animato dalla voglia di parlare e confrontarsi con uno straniero, e mi ha intrattenuto in una lunga e appassionante chiacchierata su tanti aspetti della vita, della politica, di economia, di situazioni sociali nel mondo e nei nostri paesi; dimostrava una curiosità e una cultura notevoli, e una volta di più sono rimasto impressionato per come spesso ci si lasci condizionare nei giudizi dai nostri schemi mentali, così come mi ha impressionato l’approfondita conoscenza che un uomo di strada argentino poteva avere dell’Europa, e in particolare del mio paese: pareva informato su tutto, sui nostri governanti, sul cinema italiano, attori, registi, sui monumenti, sul fascino antico della via Appia… quando la maggior parte degli italiani conosce ben poco dell’America Latina, e a volte anche della stessa Europa.

La temperatura quel giorno aveva superato la spropositata soglia dei quaranta gradi, era salita fino a quarantadue e la spaziosa e verde piazza era diventata per molti la speranza di un piccolo conforto grazie a qualche alito di vento e qualche angolo d’ombra. Anch’io mi riparavo sotto un albero, seduto su una panchina conversavo con quell’uomo sulla situazione in Sud America, discorrevamo di colonialismo vecchio e nuovo, degli interventi del Fondo Monetario Internazionale, e di come gli Stati Uniti e l’F.M.I. condizionassero le politiche dei paesi più poveri, anzi di come in molti casi gli U.S.A. si servissero proprio dell’F.M.I. per allargare i propri domini mascherando l’operazione da aiuto, un aiuto che poi si rivelava per ciò che era: una trappola. Il sistema in sé era per concetto piuttosto semplice: quando una nazione si trovava in difficoltà, con svalutazioni delle monete e debiti che aumentavano, a volte proprio perché non si era allineato all’egemonia economica statunitense ed era stato per questo in qualche modo isolato, non aveva altra scelta che chiedere l’intervento dell’F.M.I., organizzazione teoricamente al di sopra delle parti ma che aveva gli Stati Uniti come primi finanziatori, e a quel punto gli U.S.A. da creditori, pur se indirettamente, potevano entrare nel merito delle politiche economiche di quei paesi forzandone le scelte, chiedendo che adottassero le politiche liberiste dei piani di sviluppo da loro stessi creati, imponendo privatizzazioni indiscriminate di tutte le risorse principali, dei servizi, di acqua, di gas, di petrolio, di tutte le maggiori ricchezze del paese, potendo così farle comprare alle proprie multinazionali e riducendo, di fatto, l’intero stato alle proprie dipendenze, occupandolo finanziariamente e rendendolo una nuova colonia per i propri mercati, oltre ovviamente a recuperare poi il credito che avevano concesso.

Abbiamo chiuso la conversazione parlando delle speranze e le illusioni sulla nascente Unione Europa, che ci auguravamo potesse opporsi all’incontrastato predominio economico degli Stati Uniti per favorire una politica internazionale più giusta, ma lui temeva che si riducesse a un altro centro di potere e che servisse unicamente a spartirsi le ricchezze in due anziché lasciarle tutte a un paese solo.

    Anche nei pressi di Mendoza, come poi accadeva abitualmente, c’erano varie località allettanti da visitare: già lungo tutta la cordigliera questa non era mai stata una novità, in ognuno dei posti nei quali ero giunto ci sarebbero stati motivi in abbondanza per fermarsi, guardarsi attorno e gironzolare un po’, ma a Mendoza, forse spinto dalla sensazione del tempo che cominciava a stringere, ho deciso infine di aggregarmi di nuovo a una delle tante solite banali escursioni turistiche in pullmino, una scelta felice dal momento che, una volta superato il blocco psicologico che nutrivo per le agenzie turistiche e per la loro tendenza a trasformare qualsiasi attrazione in un bene di consumo da vendere, finendo poi per far percepire una patina di artificiosità anche laddove non ce n’era, anche davanti agli spettacoli naturali più genuini, una volta astratto da quest’idea di camuffamento e distorsione della realtà, vera o presunta che fosse, riuscivo a godermi pienamente tutto quello che c’era da vedere.

Le tappe di maggior interesse di quell’escursione, oltre a un chiosco di ottime “empanadas” che non mancavano mai di arricchire il sapore di giornate itineranti come quella, erano sostanzialmente due: la prima, all’interno dell’omonimo parco naturale tra gli impressionanti costoni della catena montuosa, era una sosta ai piedi dell’Aconcagua, il monte più alto di tutto il continente americano con i suoi quasi 7000 metri, la seconda, sempre avvolta in un magnifico scenario di montagna, era il Puente del Inca, un ponte naturale scavato nella roccia dalle acque termali che scorrevano sotto, acque così ricche di minerali che posandosi sui bordi del fiume ne coloravano le pareti di calde tinte pastello che andavano dal giallo a un tenue verdino, dall’arancio all’ocra. E non soltanto le pareti del fiume: la stessa ricchezza di minerali unita al calore, infatti, faceva sì che quelle acque, diversamente da Medusa solo per tempi e modalità, potessero divertirsi a pietrificare qualsiasi cosa trovassero nel proprio letto, e di questo ne approfittavano gli ambulanti locali che lasciavano a bagno per qualche giorno qualunque strampalato oggetto della vita quotidiana per popolare le bancarelle di una formidabile e singolare esposizione di pietre dalle figure più disparate. Le trasformazioni riuscite meglio, o almeno di maggior effetto e perciò tra le più presenti, erano senza dubbio gli oggetti più morbidi o comunque deformabili come scarpe o lattine, che mantenevano le stesse originali forme soffici a fronte di una loro nuova rigida consistenza.

    Quale sarebbe stata la meta successiva, dopo Mendoza, ancora non era ben chiaro nemmeno a me, da lì in poi non c’era più un’unica via da seguire con una successione di tappe obbligate nei centri più grandi, ma le destinazioni si aprivano a ventaglio con più strade e altrettante possibilità allettanti tra le quali poter scegliere. Tra quelle la strada mia, dopo avermi guidato ancora per un altro lungo tratto sulla Ruta 40, mi ha portato infine a dormire a Tilcara, uno dei tranquilli paesini che popolano quel tratto di altopiano andino, che sorgeva vicino a un importante sito archeologico, e divideva la sua attrattiva tra il valore storico di quelle rovine, la sobrietà e l’essenzialità delle semplici costruzioni in architettura coloniale, l’eccezionale vista panoramica della serra che dominava la scena d’intorno, e soprattutto la particolarissima sensazione che il tempo lì si fosse fermato, che tutto funzionasse così com’era sempre stato, come il suo tempo l’aveva creato e la tradizione l’aveva mantenuto.

    Il giorno successivo mi sono spostato nella più grande e molto meno sobria Salta, la località più conosciuta e frequentata della zona, dove sono arrivato in tempo per girarla con tutto comodo, e nel pomeriggio anche per lasciarmi tentare e poi cedere a un piccolo capriccio tutt’altro che atteso: su una stradina, che saliva verso il bosco, c’era una famiglia di indios che proponeva gite a cavallo a tutti i passanti, e istintivamente stavo per passare oltre, abituato in aree come quella alle miriadi di offerte per i turisti alle quali non avevo mai prestato particolare attenzione, stavolta invece ci ho riflettuto solo un attimo in più, e mi sono detto: «Perché no?!?». La giornata non era delle migliori ma almeno non pioveva, l’ora del tramonto ancora non era troppo vicina, i posti da visitare erano assolutamente degni e meritevoli di una passeggiata più lunga, e soprattutto non montavo in sella a un cavallo da troppo tempo per non aver voglia di farmici un giro: pensandoci bene, non potevo immaginare una circostanza migliore.

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