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Brasiliando

Mar, 2004 ~ Lascia un commento ~ Written by cobbretto

Stavo diventando colpevolmente insofferente e noioso, me ne rendevo perfettamente conto, ma vedevo nei comportamenti di tutti, operatori e turisti, atteggiamenti ai quali mi sentivo completamente alieno, esibizioni così innaturali che, anche sapendo di essere in errore, m’era impossibile non detestare. C’era anche qualcosa di comico o, meglio, di grottesco nel vedere come a ogni accensione della telecamera tutti si sforzassero di apparire divertiti, come grottesco era tutto il contesto, con i gruppi di turisti a dividersi la spiaggia e i pochi brasiliani abitanti dell’isola che giravano disordinatamente tra un ombrellone e l’altro per portare bibite e per vendere ogni tipo di amenità tra vestiti, magliette, strumenti musicali, lavori d’artigianato o souvenir, a rappresentare dei magnifici esempi di devozione, tutti sinceramente votati alla realizzazione d’ogni possibile desiderio di noi gringos, mostrandosi sempre allegri e spensierati come tutti i bravi professionisti del settore. Tuttavia Ana non si sbagliava, l’isola era davvero deliziosa, c’era una spiaggia paradisiaca, il mare calmo e caldissimo, e la caratteristica vegetazione tropicale fitta, rigogliosa, di un verde incantevole, tra cui spuntavano delle altissime palme di cocco su cui alcuni grossi uccelli avevano deposto i loro nidi.

Da lì, una volta riasciugati dal bagno, ci siamo trasferiti su una seconda isola, Itaparica, bella come la prima e molto più grande; dopo la nuotata l’appetito non ci mancava di certo e la barca ci ha lasciati proprio davanti a un ristorantino sulla spiaggia, nel quale siamo subito entrati per consumare il pranzo che ci attendeva con impazienza sulla tavola già imbandita. Avevamo a disposizione un abbondante buffet di cucina locale con dei saporitissimi piatti di pesce che sembravano usciti dalla cucina di Dona Flor: c’era un primo vassoio con un’invitante moqueca di pesce, il piatto più rinomato della cucina tipica della zona, un altro con moqueca di vongole, e un terzo con ensopado di pesce, tutti rigorosamente a base di olio dendè, che dava ai piatti un ricco, sublime, inconfondibile e gustosissimo sapore d’essenza bahiana. Li ho assaggiati tutti e tre, e posso garantire che erano squisiti, ma forse, lo ammetto, ho esagerato un po’ nelle porzioni, e nel fare poi il bis di tutti e tre i piatti, e forse anche dopo nel riprenderli tutti una terza volta, e magari anche tutte le scarpette erano eccessive per una qualità d’olio che non avevo mai provato prima e che non sapevo quali effetti collaterali potesse causarmi… Il mio stomaco ha apprezzato tantissimo, l’intestino molto meno, e non me l’ha fatta passare liscia: si è vendicato nei giorni successivi in un modo che non esito a definire, a dir poco, meschino! Finito il pranzo, sempre lì al ristorante, c’è stata l’esibizione di un gruppo di capoeiristi, peraltro bravissimi; tecnicamente era la miglior capoeira che avessi mai visto dal vivo fino a quel momento ma, come sempre in queste situazioni, in un contesto che appariva terribilmente fuori luogo, era uno show artefatto, che conservava ben poco dello spirito di gioco della capoeira.

    Alle 5,30 di mattina, quando stavo uscendo dall’ostello per avviarmi verso l’aeroporto, aveva già albeggiato. Il mio spirito zingaro mi aveva suggerito che era ormai tempo di cambiare, e avevo trovato un biglietto aereo per São Paulo a un buon prezzo. L’autobus che andava all’aeroporto passava per il lungomare dove i più mattinieri passeggiavano in strada e sulla spiaggia, qualcuno addirittura stava facendo il bagno, e i pescatori già sedevano pazienti sugli scogli. A metà mattinata ero a São Paulo, un’impressionante megalopoli da oltre diciotto milioni di abitanti, la quarta città più popolosa del mondo. Non mi ci sono fermato molto, volevo andare subito a Itanhaém, sul mare, dove mi aspettava Laura, un’amica brasiliana che non vedevo l’ora di incontrare. Ho attraversato la città in metropolitana per arrivare alla stazione dei pullman, tutto quello che ho potuto vedere della realtà paulista l’ho osservato dal finestrino quando già ero di nuovo in viaggio. Avevo sentito dire che era una località di stampo quasi europeo, sebbene sia dell’idea che si riferissero più al centro, che io ho ammirato solo da sotto terra; per quel poco che ho visto io, a parte pochi tratti difficili da classificare, senza una particolare identità brasiliana ma neppure molto europea, ci ritrovavo parecchio del Brasile che mi aspettavo di vedere. Mentre lasciavamo la città, passavamo invece davanti a quel Brasile che ancora mi aspettavo, ma che non avrei mai voluto vedere, o meglio che non avrei voluto esistesse, quello della miseria e delle interminabili baraccopoli, i cui abitanti, senza sapere quanta ironia ci sia nella traduzione italiana, chiamano “ville”. Il resto del viaggio erano foreste, montagne verdi sotto la pioggia che batteva fitta, e stradine strette piene di tornanti, che su quelle montagne ci si arrampicavano per poi riscendere verso il mare, fino all’arrivo a Itanhaém, una cittadina di pescatori e di villeggiatura, di una tranquillità che faceva innamorare. Nessuno qui ti seguiva per chiederti soldi, offrirti coca, venderti braccialetti o per una marchetta, anche perché non dovevano essere tanti gli stranieri che ci si fermavano, era più che altro frequentata dai paulisti che ci passavano le vacanze; per di più la stagione estiva era esaurita e non c’erano più nemmeno molti di loro. C’era anche un altro fattore che mi agevolava enormemente nell’intento di non essere trattato da turista: nel sud del Brasile c’erano molti più bianchi, e c’era una varietà di razze così ricca che, se non per l’abbigliamento, era quasi impossibile riconoscere un italiano, e io ero diventato ormai un maestro dell’abbigliamento indecifrabile.

Il venerdì, con Laura che aveva da lavorare, ho passato quasi tutto il giorno insieme a Jorge, un tecnico di computer in vacanza, molto in vena di chiacchiere, che alloggiava nel mio stesso albergo; abbiamo fatto colazione insieme e siamo subito andati a fare un bel bagno al mare e a passeggiare per le due spiagge più belle della cittadina, la Praia de sonho e la Praia dos pescadores. Finora le mie conversazioni in portoghese erano state solo battute veloci con qualcuno per la strada, a Salvador ero stato sempre in compagnia di altri stranieri, e con Jorge, la prima volta che mi fermavo a parlare molto tempo con un brasiliano, ero quasi meravigliato di come riuscissi a capire buona parte di quello che mi diceva. Il pomeriggio, dopo aver giocato a biliardo con lui e con suo figlio, sono andato a fare un giro in centro, dove ho fatto il quarto buco alle orecchie: a eccezione del primo, che avevo fatto a Roma da adolescente, gli altri erano ricordi di viaggi, uno in Canada e l’altro in Venezuela; adesso anche il Brasile reclamava il suo orecchino, e aveva tutto il diritto di pretenderlo, non glielo potevo negare.

Il resto del tempo, fino alla domenica, l’ho passato con Laura tra Itanhaém e Peruìbe, un’altra cittadina sul mare, poco distante. Il sabato siamo andati a trovare una sua amica, Fabiana, che viveva un po’ fuori dal centro, in un quartiere popolare fatto di casette affacciate su vialoni sterrati che facevano da scenario ai tanti capannelli di gente radunata per scambiare pettegolezzi e per commentare le notizie del giorno; doveva essere il paradiso dei ragazzini, non passavano macchine, non c’erano negozi, c’era l’atmosfera informale e rilassata dei posti di mare, e mi ricordava le sensazioni di libertà che provavo quando da piccolo andavo in campeggio con i miei. Quando Fabiana ha aperto la porta, ha visto Laura, e subito ha volto lo sguardo verso di me, spalancando tutti gli occhi che aveva, e sembrava ne avesse cinquecento dal tempo che ci ha messo a riprendersi dallo stupore; ci ha fatto entrare dicendo a Laura che era una pazza, che portare uno straniero dentro i barrios era una follia, e mentre la rimproverava mi guardava imbarazzata, con un’espressione di vergogna. Ho cercato di spiegarle che non vedevo cosa ci fosse che non andava in quel posto, che anzi trovavo molto carino, e che se avessi voluto conoscere il Brasile da esportazione mi bastava accendere la TV, non avrebbe avuto senso fare tanta strada; poco più tardi è arrivato il marito, anche lei si è rilassata, e ci siamo messi sul divano a chiacchierare amabilmente del Brasile, del mio viaggio, dei posti che pensavo di visitare io e dei posti che avevano visto loro.

    Dopo una settimana dal mio arrivo non avevo ancora mai usato la macchinetta fotografica, e pensavo fosse giunto il momento di inaugurarla: camminando su un marciapiede, mi ero imbattuto in un tronco d’albero tagliato che avevano scolpito dandogli le sembianze di un volto maschile, con un cappello sulla testa e una lunga barba, ricavata da una radice del tronco, che si stendeva verso il muro. Stavo per tornarci proprio prima di ripartire, zaino in spalla e macchinetta fotografica alla mano, ma la pioggia insistente mi ha fatto desistere: il ricordo di quel tronco, come anche di tutte le altre cose viste fino a quel momento, l’avrei conservato nella testa, per quanto approssimativa e inaffidabile fosse la mia memoria.

La biglietteria era chiusa, ma l’autista del pullman con destinazione Foz do Iguaçu mi ha detto di non preoccuparmi, invitandomi a salire per comprare il biglietto alla stazione successiva, dove invece l’hanno subito rimproverato: lui non poteva sapere, da lì a Foz, quanta gente avesse già acquistato i biglietti, i posti potevano essere tutti prenotati e io rischiavo di dovermi trattenere lì; hanno telefonato alla compagnia, di posto n’era rimasto soltanto uno, che mi sono subito assicurato, e così, malgrado l’organizzazione un po’ approssimativa, con la buona sorte che sembrava assistermi, sono riuscito a rimettermi definitivamente in viaggio. Dal finestrino vedevo scorrere il paesaggio: campi e boschi, con i monti sullo sfondo, riempivano gli spazi interminabili tra una cittadina e l’altra, e un sole ancora deciso e autorevole, per niente svigorito dall’ora del tramonto, filtrava tra gli alberi vestiti di foglie ingiallite che anticipavano l’autunno ormai imminente, creando giochi di colore con le diverse tonalità di giallo e di verde sotto un cielo blu uniforme e intenso… I colori erano proprio quelli, c’erano tutti. Mancava solo che su quel blu apparisse la croce del sud con la scritta “ordem e progresso” per fare la più bella rappresentazione della bandiera nazionale brasiliana. Mi sono risvegliato con il sole che aveva già fatto il giro del mondo e tornava qui a scaldare il nuovo panorama, costituito da campi coltivati e casette ordinate, che faceva trasparire la maggior ricchezza man mano che si scendeva verso il sud del paese. Abbiamo raggiunto Foz, vicino alle frontiere con Paraguay e Argentina, con la vicinanza di quest’ultima testimoniata anche dai passanti che sorseggiavano mate per la strada; da lì, magari attraversando un tratto di Paraguay, come mi avevano consigliato per spendere meno, si raggiungeva agevolmente il Pantanal, in assoluto uno dei parchi naturali più ricchi e più affascinanti che esistano, e una delle mete che avevo più sognato prima della partenza. Tra il viaggio per arrivarci e le escursioni da fare lì ci sarebbero però voluti diversi giorni, e serviva anche il vaccino per la febbre gialla, che io non avevo fatto, così non mi restava che accontentarmi degli entusiastici racconti di chi c’era stato e gustarmi il più possibile le vicine cascate di Iguaçu, di cui avevo sentito parlare altrettanto bene.

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