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Brasiliando

Mar, 2004 ~ Lascia un commento ~ Written by cobbretto

La giornata che mi attendeva a Curitiba era la prima che avrei dovuto passare da solo, senza nessuno che mi aspettasse né ostelli in cui appoggiarmi per cercare compagnia; malgrado ciò ero certo che non mi sarei annoiato: avevo un’intera città da visitare, e l’occasione giusta per mangiare finalmente il churrasco, una maratona di carne cotta alla brace, d’ogni varietà o taglio che l’ingegno e l’abilità di un macellaio possano concepire, servite l’una dopo l’altra affettandole, direttamente nei piatti, da uno spiedo gigantesco con cui i camerieri girano freneticamente tra i tavoli. E’ un’usanza tipica del sud, e Curitiba era la tappa più a sud di tutto il mio viaggio, perciò non c’era località migliore per provarlo.

Giravo per le strade gustandomi la gente, e com’è solito essere nelle città, in particolare in quelle sudamericane, ce n’era davvero di tutti i tipi: dai predicatori, che si prodigavano in lunghi sermoni nelle piazze, ai ragazzi stravaccati sulle panchine con pochissima voglia di ascoltarli, dagli uomini d’affari, in completo scuro e cravatta, fino a quelli che dovevano inventarsi un modo per tirare avanti. A questi, poi, fantasia e buona volontà non mancavano di certo: lustrascarpe che si contendevano il territorio nelle piazze principali, operatori ecologici improvvisati che spingevano i carretti su cui raccoglievano tutti i rifiuti riciclabili accuratamente selezionati tra la spazzatura, e anche artisti che proponevano in strada i propri numeri, come quello di un giocoliere che s’era piazzato nel mezzo di un incrocio a fare lo spettacolo per le macchine ferme al semaforo. Peccato solo che non ne avesse calcolato bene la durata perché, per le due volte che l’ho visto esibirsi, ha chiuso il numero proprio mentre stava scattando il verde e non ha fatto in tempo a prendere nemmeno un soldo.

Dopo aver passeggiato per ore lungo le vie di un centro che per la verità non mi stava entusiasmando troppo, giunta abbondantemente l’ora di pranzo, con la stanchezza che aveva consumato ogni velleità d’arricchimento socio-culturale e la fame che restava l’unico stimolo che il mio cervello riuscisse ancora a percepire, ho chiesto a una ragazza dove fosse la miglior churrascaria di Curitiba, e lei mi ha indicato una zona in periferia che non sembrava essere eccessivamente distante. Certe volte l’apparenza inganna. Tra l’attesa per l’autobus, il traffico, e un bel tratto a piedi lungo uno stradone ai cui lati si alternavano disordinatamente gruppetti di case e di baracche, sono arrivato piuttosto tardi, e questo è stato il mio primo e più grande errore: entrare quando tutti hanno terminato e si stanno già sparecchiando i tavoli vuol dire avere tutti i camerieri stanchi, che non vedono l’ora di andarsene, e tutti liberi, quindi pronti a concentrarsi su di te per far sì che tu finisca il prima possibile. C’è da spiegare com’era organizzato il menu, che poi era il procedimento tipico di una churrascaria: s’iniziava con l’antipasto, un generoso buffet imbandito con ben quaranta vassoi di diverse specialità, più o meno esotiche, poi una decina d’assaggi di primi, serviti al tavolo, e a seguire arrivava il piatto forte, venti qualità differenti di carne alla brace servite a rotazione senza sosta. Per quelli come me un posto del genere può essere il paradiso, ma può anche diventare l’inferno. Io adoro gustare ogni sapore: se ho davanti un’invitante carrellata di succulente pietanze, come accadeva lì, non sono in grado di sceglierne solo una, smanio per provarle tutte, e poi, magari, mi concedo anche un bis con le più appetitose, tanto più se mi trovo all’estero e m’imbatto in stuzzicanti manicaretti locali o in cibi mai provati prima e che difficilmente avrò occasione di assaggiare di nuovo. Per giunta, per un mio personalissimo codice di cortesia e di buone maniere, ho dei problemi insormontabili nel dire di no a un piatto che viene messo a tavola, e problemi ancor maggiori nel rimandarlo indietro fino a che non sia inequivocabilmente vuoto. Per noi con il palato curioso il buffet è già un delizioso massacro, ma questo era ancora peggio: non solo il menu prometteva una gran varietà di prelibatezze, il dramma è che te le servivano pure, era una tentazione continua alla quale diventava quasi impossibile riuscire a dire basta prima di sentirsi gonfio e pesante come un suino da ingrasso, tanto per rimanere in tema. C’è un’altra cosa da dire: un cameriere capisce subito il tipo di cliente che è seduto al tavolo, e quello che è venuto a servirmi mi ha subito inquadrato. Io volevo provare tutto, lui lo sapeva, e per questo mi odiava.

Appena ho finito di servirmi al buffet, ha iniziato a testarmi, portando i primi con un ritmo già sostenuto, ma io ero arrivato lì affamato, dopo una giornata intera a camminare, senza neppure aver fatto colazione, e me la sono cavata egregiamente, chiedendo subito, per ostentare sicurezza e vincere la snervante guerra psicologica, di passare alla carne; non ero un avversario facile, perciò aumentavano il ritmo, le portate si facevano via via più frequenti, e lui mi guardava impassibile, aspettando qualche mio segno di cedimento. La sfida era dura, però io non demordevo, continuavo a mangiare, e per la verità, passata la fame iniziale, cominciavo a pensare che la carne brasiliana fosse decisamente sopravvalutata, non era molto tenera, e anche il sapore, pur buono, non aveva niente a che vedere con alcune carni italiane, …e intanto lui continuava senza sosta, e mi accorgevo che lo stavo sorprendendo, sebbene lui su di me avesse un vantaggio innegabile: la consapevolezza che presto o tardi, anche se avesse dovuto lottare a lungo, alla fine mi sarei arreso, e avrebbe vinto lui, questo gli dava sicurezza, e proseguiva sempre più veloce, e con carni sempre più grasse.

Ogni volta che liberavo il piatto, questo tornava a riempirsi di nuovo, insistentemente, sempre con le stesse portate, sempre con lo stesso ordine, ma andando avanti, ogni boccone diventava più arduo del precedente, mi sentivo sempre più appesantito, e ho cominciato a vacillare, ero quasi sull’orlo del cedimento. A questo punto la disperazione mi ha portato a fare una mossa che, pur non essendo risolutiva, avrebbe almeno ritardato la capitolazione: approfittando del fatto che mi ero accomodato nella zona fumatori, potevo giocarmi la pausa sigaretta e chiedergli di aspettare qualche minuto, finché non avessi terminato di fumare. Questa mossa l’ha spiazzato! A quella mia richiesta non poteva ribattere, era del tutto lecita, ed è dovuto tornare sui suoi passi, visibilmente contrariato, con lo spiedo ancora intatto. Quando mi hanno visto spegnere la sigaretta, e hanno ripreso con la carne, lui non c’era più: aveva mollato!! Le ultime tre portate me le ha servite con calma un tipo senza divisa, forse il proprietario del locale, e, solo dopo essermi gustato serenamente gli ultimi saporiti bocconi, ho potuto dire basta in tutta tranquillità, orgoglioso della mia inaspettata vittoria. Sono uscito da quel locale ben più che satollo, e muovendomi a fatica ho preso il primo autobus, per tornare verso il centro, insieme a una ragazza che, dopo aver scambiato appena qualche frase, mi ha sorpreso invitandomi a prendere una birra con lei per la serata, rammaricandosi di non potersi fermare subito perché stava andando a lavorare; purtroppo avevo già altri programmi, e alle 21, dopo aver consumato un’altra bella camminata nel tentativo di smaltire l’abbuffata, ero regolarmente sul pullman, dove, con strabiliante sincronismo, si è acceso il motore e mi sono spento io, per riaccendermi nello stato di Rio de Janeiro, alle prime luci del giorno carioca.

    Ad accompagnare il mio risveglio a Rio c’erano i rumori del traffico e l’odore terribile degli scarichi che saturava l’aria, e che mi entrava fino in gola. Non vedevo l’ora di conoscere la città, e di confrontarla con l’idea che me n’ero fatto da tutto quello che di Rio si diceva in giro. Molti sostenevano che fosse troppo pericolosa, sembrava che la situazione lì si muovesse ai limiti della guerriglia urbana, qualcuno diceva addirittura che sarebbe stato meglio non andarci per niente, però altri mi avevano fatto notare che molti di quelli che ne parlavano in quel modo, anche tra gli stessi brasiliani, non erano mai stati a Rio, e riportavano solamente le notizie allarmistiche della televisione; chi invece c’era stato, soprattutto tra i ragazzi che incontravo negli ostelli, diceva che era assolutamente imperdibile, che era pericolosa né più né meno come tante altre metropoli, che indubbiamente c’erano delle zone da evitare, ma che in tutto il resto della città bastava girare con un po’ d’attenzione e d’intelligenza, vestire in modo semplice, e nessuno avrebbe avuto motivo di dar fastidio. Il traffico intasato era dovuto a un tamponamento, c’erano due macchine di traverso ferme in mezzo alla strada, e più avanti una macchina della polizia, dalla quale un poliziotto si stava avvicinando all’incidente. Aveva il braccio teso in avanti, e nella mano una pistola che puntava a terra, qualche metro davanti ai suoi passi; lo seguivano altri due poliziotti, entrambi con il mitra imbracciato. Pochi minuti più tardi, di nuovo nel traffico, ho visto due ragazzi che dalla loro macchina si agitavano, imprecando verso la macchina davanti, dove c’era un tizio da solo. Dal mio finestrino vedevo l’interno dell’abitacolo di quello davanti, e vedevo lui che, mentre strillava qualcosa per rispondere ai due didietro, rivolgendo lo sguardo sullo specchietto retrovisore, impugnava una pistola e l’avvicinava al petto, poi con l’altra mano, sempre urlando, si è slacciato la cintura di scatto e l’ha lanciata, facendola sbattere sullo sportello; ha gridato ancora, era nervoso e pronto a scendere, forse anche a sparare, ma non è sceso, probabilmente perché i ragazzi dietro, che dal mio finestrino già non vedevo più, si erano resi conto e si erano calmati. Per fortuna non era successo nulla, tuttavia quelle due scene e quelle armi mi avevano lasciato alquanto scosso, con il dubbio che tutti gli ammonimenti sui pericoli di Rio potessero essere legittimi. Il pullman ha proseguito fino alla stazione, da lì mi sono diretto verso la pousada nella quale alloggiavano Daniele e Viviana, due ragazzi che vivevano a Rio da qualche mese per imparare la capoeira nella palestra del gruppo Carcará, lo stesso con cui avevano cominciato al Corto Circuito di Roma, e con cui avevo iniziato anch’io; avevo avuto il loro indirizzo proprio dai ragazzi del Corto, dovevo portargli i saluti di tutti i loro amici, e vedere se potevano aiutarmi a trovare una sistemazione. Stavano in Santa Teresa, un adorabile quartiere arroccato su un colle, vicino al centro, su cui si arrampicava il bondinho, un piccolo tram d’epoca con una sola carrozza; la pousada era altrettanto graziosa, una casa enorme in stile coloniale, un posto d’assoluta tranquillità dove vivevano con i proprietari in un ambiente quasi familiare, e dove ho ricevuto un’accoglienza memorabile: un graditissimo caffè italiano appena fatto con la moka, una squisita e abbondante spremuta di frutta fresca tropicale, e anche da fumare.

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