Il piccolo corteo si era riunito in una delle strade principali di Copacabana, così ho colto l’occasione per fare una passeggiata sulla rinomata spiaggia che nell’immaginario turistico è interamente popolata da sfilate ininterrotte di rotondissimi culi abbronzati ornati dal solo filo colorato del tanga; la realtà era molto diversa, forse anche perché la stagione estiva era ormai al termine, e la vitalità della spiaggia era penalizzata dalle poche presenze. Ben pochi culi da copertina, c’era solamente qualcuno a prendere il sole, qualcuno a giocare a calcio-volley, e in mare qualche surfista, e c’era anche un uccello che s’era messo, a suo modo, a fare surf: aspettava dall’alto che si formasse l’onda più grande e si gettava in picchiata nella cresta, per infilarsi dentro e attraversarla tutta quanta sul pelo dell’acqua fino alla riva, proprio come si fa con la tavola, per risalire poi in cielo ad aspettare la successiva, era un vero spettacolo. Quel pomeriggio ho assistito a una roda di capoeira del nostro gruppo in un centro sportivo molto esclusivo nella zona di Barra, un bel quartiere sul mare a quasi un’ora di autobus dal centro; io non ho potuto partecipare, perché Daniele, che doveva prestarmi i pantaloni, non era venuto, mi sono però gustato il gioco di tutti gli altri, compreso Mestre Montanha, che qualche settimana più avanti sarebbe venuto a Roma per diventare il nostro istruttore al Corto.
Il resto del fine settimana l’ho passato tutto all’insegna della tranquillità, bighellonando tra la spiaggia e le animate strade di Rio, più qualche ora di chiacchiere e relax con gli altri viaggiatori e con Fernanda, una ragazza adorabile che studiava canto e lavorava in ostello per pagarsi gli studi; il lunedì mattina, infine, dopo essere stato in dubbio e aver cambiato idea decine di volte su quale destinazione scegliere tra le tante che mi allettavano, mi sono deciso a partire per Ilha Grande. Non so come fossero gli altri posti ai quali avevo dovuto rinunciare, ma sicuramente andare lì valeva la pena: già appena fuori da Rio l’autobus offriva un magnifico panorama su tutta la costa a sud della città, che faceva molto ben sperare, e soprattutto m’incoraggiavano gli appassionati consigli di una coppia giunta in ostello la sera prima proprio da Ilha Grande, ancora con l’espressione trasognante stampata sul viso. Non solo. A rassicurarmi ulteriormente sulla scelta c’erano tutti e sei i ragazzi che quella mattina, ognuno per conto suo, avevano lasciato l’ostello: li ho ritrovati tutti lì sopra, stesso autobus, stessa destinazione. Ne abbiamo approfittato per dividerci le spese di un piccolo appartamento con cinque letti che ho preso insieme a Tim, un londinese doc che sembrava una macchietta uscita da un film, Kevin e Claire, due fratelli irlandesissimi, anche loro al limite della caricatura, e Stefi, una ragazza tedesca; Ronnie e Cindy, una coppia di californiani d’origine filippina, hanno invece optato per una più confortevole pousada.
Come appariva evidente fin dall’inizio, non era un caso che tutti noi avessimo scelto la stessa destinazione: oltre a ospitare quella che era pubblicizzata come una delle dieci spiagge più belle del mondo, l’isola intera era un piccolo angolo di paradiso, traboccante di verde, un’area nella quale non esistevano automobili, dove alberi e fiori crescevano dovunque arrivasse lo sguardo, accompagnando di fresche immagini gli occhi e la fantasia, e dove il villaggio più grande, cresciuto intorno al porticciolo in cui attraccava il traghetto, si allargava, costeggiando la spiaggia, in un’infinità di pousadas a due passi dal mare. Anche il nostro appartamento era distante non più di cinquanta metri dalla battigia, e da lì, la notte, arrivava nitido l’odore del mare e dalla sabbia bagnata, e si ascoltavano distintamente i rumori di ogni onda che andava a posarsi sulla spiaggia, per poi scappare via e lasciare il posto alla successiva. Sui viottoli sterrati, che mantenevano un aspetto tipico e accattivante nonostante la serie di ristoranti, agenzie, e negozietti di souvenir dall’ordine impeccabile lasciassero poco all’allegro e fantasioso caos che di solito caratterizzava le vie brasiliane, si poteva assistere a eventi improbabili tipo l’accesa discussione che un grosso granchio, ciccione come un panino all’olio ripieno, stava sostenendo proprio davanti a me con un cane che non voleva lasciargli attraversare la strada. In fondo niente di nuovo: bastava cambiare gli interpreti, e ne veniva fuori una scena simile a tante altre viste mille volte in città tra pedoni e automobilisti. Dopo il tramonto, quel lungomare e quei vicoli diventavano lo scenario della nostra processione notturna tra i bar: non ne saltavamo neanche uno, prendevamo una birra e poi avanti con il prossimo, dove io avrei provato di nuovo a tener testa ai forsennati ritmi nordeuropei dei miei compagni.
Il martedì, con un’intera giornata da dedicare al mare, siamo partiti tutti e sette con uno dei tour organizzati proposti dalle agenzie locali: pochi reais per visitare su un barcone le più belle coste dell’isola. La prima tappa era una spiaggia bianca rubata a qualche libro di fiabe: accompagnava dolcemente l’isola fiorita facendola scendere dentro un mare limpido come gli occhi di un bambino, che mostrava nitidamente il suo fondale fin da sopra la barca; avevamo meno di un’ora a disposizione per vedere quella e un’altra spiaggia lì vicina, che si raggiungeva passando internamente attraverso il bosco. Appena sceso, già non stavo più nella pelle, sentivo quella sabbia così fina, morbida, vedevo il mare calmo e pulito, e in un attimo mi ci sono ritrovato dentro; gli altri si sono fermati un po’ a guardare, ma in poco tempo, a piccoli gruppi, tutti quanti si sono incamminati verso l’altra costa. Ero l’unico che non aveva saputo resistere alla tentazione di quel mare incantevole, e sono rimasto lì da solo a sguazzare, godendomi la magnifica sensazione che l’acqua aveva la bontà di regalarmi. Mentre nuotavo, si è avvicinato un kayak a due posti su cui stavano un uomo, sui sessant’anni, e una bambina, probabilmente sua nipote. Sono scesi, la bambina ha preso la sua cartella, e l’uomo mi ha chiesto se sapessi dov’era la scuola. L’estate era terminata da poco, doveva essere il primo giorno di scuola, e la bambina risaliva la spiaggia a passi veloci, tenendo il nonno per mano, con tutto l’entusiasmo che hanno i bambini per le novità e con, in più, la spensieratezza che un posto come quello, e un kayak che ti accompagna a scuola, possono trasmettere.
Poco più tardi sono andato anch’io a vedere l’altra spiaggia, e sul sentiero ho incrociato, uno alla volta, i gruppetti che ritornavano già dalla breve escursione, ancora tutti asciutti e vestiti; alla spiaggetta erano rimasti soltanto i sei ragazzi che mi stavano aspettando, e neppure loro s’erano fatti il bagno. Non riuscivo a credere che potessero starsene tutti lì, a guardare quel mare, senza avere un desiderio incontenibile di sentirselo addosso; mentre mi chiedevo come potessero resistere, ero di nuovo in acqua, però qui era meno bello che dall’altra parte, quindi siamo tornati indietro anche noi, stavolta trovando qualcuno che si era finalmente deciso a bagnarsi, così mi sono ributtato anch’io, per la terza volta, e ho continuato a sguazzare finché non ci hanno richiamato per ripartire. Sulla barca ci aspettavano quattro vassoi di frutta fresca, con mango, ananas, anguria e melone, con cui ci siamo rinfrescati prima dell’arrivo alla Lagoa Azul, la parte dell’isola dove, con la maschera e le pinne che avevamo noleggiato, si poteva apprezzare l’altro spettacolo, quello che si teneva sotto il pelo dell’acqua.
Le altre volte che mi ero trovato in posti di mare così belli ero sempre stato totalmente assorbito dal fascino pittoresco dei paesaggi che dominavano la scena da sopra il mare, e pur sapendo di perdermi molto non ero mai sceso sott’acqua con la maschera, forse solo per la mia stupida diffidenza verso le abitudini degli altri turisti. Stavolta ho scoperto il perché dell’enorme successo di quest’attività (lo “snorkeling”, per i puristi della lingua… inglese), e devo ammettere che la mia immaginazione non riusciva nemmeno ad avvicinare la percezione delle meraviglie che si celavano nel regno sottomarino: stare sott’acqua e poter osservare quell’ambiente nuovo, nascosto, con tutti i suoi paesaggi e i suoi abitanti, aveva qualcosa di straordinariamente magico, è stata una scoperta tanto sconcertante quanto illuminante. I pesci erano tantissimi, dalle forme e dai colori più bizzarri; con uno simpaticissimo, a strisce blu e nere, ho pure fatto un po’ d’amicizia. Se ne scorgevano poi alcuni che si mimetizzavano con le rocce, tra granchi giganteschi e stelle marine, e c’era anche un pesce con le ali: le teneva chiuse lungo il corpo, e ogni volta che un altro pesce si avvicinava, le apriva spiegandole completamente, ampie e sottili con una striscia blu all’estremità, le apriva e si metteva a volare. Volando anch’io, con le ali della fantasia, lo seguivo rotolandomi in quegli incredibili scenari. In tante altre volte che avevo avuto occasione di farlo, in giro per il mondo, non ne avevo mai approfittato: da adesso avrei cercato di conoscere meglio anche quest’altra parte di mondo, quello sommerso.
La sera del giorno seguente, alle 20.15, da Angra partiva un bus diretto a Belo Horizonte, dove viveva una mia amica, ma c’era un solo traghetto per Angra, alle 10 di mattina, sicché per andarci ho dovuto rinunciare all’escursione che avrebbero fatto gli altri sei alla spiaggia più rinomata di Ilha Grande, quella che, secondo non so quale classifica, risultava essere tra le dieci più belle al mondo; un po’ mi dispiaceva, tuttavia ero già più che soddisfatto di quello che avevo visto il giorno prima, perciò, mentre loro si gustavano la spiaggetta da top ten, io, nell’attesa che arrivassero le 20.15, avevo ripreso a fare allegramente il vagabondo, andandomene a zonzo per le vie di Angra e camminando sulla riva del mare, dove mi sono fermato a guardare una lezione d’educazione fisica che gli alunni di una scuola facevano in spiaggia giocando a calcio (i ragazzi) e a pallavolo (le ragazze). Mi sono accomodato poco più in là per scrivere qualche cartolina, e mentre le scrivevo, tentando di raccontare le emozioni che stavo vivendo in quei giorni, mi chiedevo se non stessi esagerando… era possibile che qualsiasi cosa in quell’angolo di mondo mi entusiasmasse così tanto? Poi ho alzato gli occhi, mi sono guardato attorno e ho capito che non poteva che essere così.


