Finito di cenare, ho pensato di rifare un giro fuori, dovendo passare ancora, ahimè, per il cortile della piccola pensione, dove sulla solita sedia, giusto accanto alla porta della mia stanza che si affacciava sullo squisito giardinetto fiorito, stava come sempre il marito della proprietaria, con cui si era ormai consolidata una simpatica abitudine: lui trascorreva lì fuori buona parte del suo tempo, fumando charas quasi senza sosta, con un’aria stanca e svogliata, e tutte le volte che gli passavo vicino, senza dire una parola e senza nemmeno alzare lo sguardo, tirava su la mano in cui teneva la canna e me la passava, io mi facevo un paio di modeste tirate, ringraziavo, e gli restituivo il suo passatempo. Il gustoso siparietto si ripeteva puntualmente quando mi trovavo ad attraversare il cortile, il che accadeva regolarmente per entrare o uscire dalla stanza, e poiché la charas era parecchio buona, occasionalmente mi capitava pure di avere un calo di lucidità e di dimenticare qualcosa in camera, dovendo ripassare due volte in più per il cortile, e ovviamente, più fumavo, più cresceva la probabilità che questo accadesse, dando vita a un incauto e distruttivo circolo vizioso.
Erano appena le otto della sera, ma anche nel principale punto di ritrovo, ai piedi del castello, già non girava più nessuno; le viuzze erano tutte scure, si distinguevano solo un paio di ristorantini vuoti, che per il momento non avevano chiuso ma che probabilmente l’avrebbero fatto a breve. In alto c’era un grosso spicchio di luna che sembrava farmi l’occhiolino, ma l’altra metà del viso era nascosta, magari anche l’altro occhio era chiuso, forse stava già dormendo anche lei, come tutto il resto di Naggar.
Scendendo per gli stretti vicoli ho scovato un dhaba ancora aperto, con il proprietario seduto a un tavolo a chiacchierare insieme a un gruppo di suoi amici. Ho preso un chai e mi sono messo anch’io a parlare con loro; avevano un caro amico italiano che aveva lavorato da quelle parti per un anno intero, e spesso li aveva invitati a casa sua a passare la serata, tra feste e festini rimasti memorabili. Era brava gente, mi piaceva ascoltare i loro racconti e i loro convinti apprezzamenti su Naggar: mantenendosi così semplice e tranquilla, commentavano, lasciava incantati tutti i suoi visitatori, a differenza della caotica e troppo turistica Manali dove seguitava a crescere il numero degli abitanti, in arrivo da tutta la nazione, e dove l’identità del posto, almeno nelle zone più centrali, era ormai minata dalla continua e inarrestabile apertura di nuovi alberghi e di nuovi negozi. Si divertivano poi a raccontare del modo in cui i cinici commercianti approfittavano degli ingenui e impreparati turisti che da qualche anno, in inverno, cominciavano a venire in massa dalle altre zone dell’India per vedere la neve: i novelli turisti partivano con vestiti leggerissimi dalle grandi metropoli come Delhi o Mumbai, dove il clima era sempre caldo, e arrivando a Manali si sorprendevano d’incappare in temperature che non avevano mai conosciuto in tutta la loro vita; a questo punto intervenivano i negozianti, che vendevano o affittavano maglioni e cappotti a prezzi esorbitanti. Nella loro piccola Naggar, al contrario, le persone cercavano di aiutarsi, ed era un peccato che dovessi ripartire il mattino seguente, mi dicevano con rammarico, perché, adesso che c’eravamo conosciuti, anch’io avrei potuto godere di più della loro ospitalità, ma potevo tornare in qualsiasi momento: si sarebbero preoccupati loro di trovarmi una sistemazione per tutto il tempo che volevo.
Era giunto il momento di riscendere verso le zone più calde, e di offrirmi in pasto alle zanzare, per visitare l’India più classica, le mete imperdibili, le città più celebrate tra gli itinerari turistici, lasciavo però la montagna con la consapevolezza che un’atmosfera così limpida e incontaminata come quella che il mio cuore aveva respirato a pieni battiti a Naggar, difficilmente l’avrei ritrovata nelle nuove tappe che mi aspettavano; sapevo già che avrei conservato quei giorni tra i ricordi più cari, vivi ed emozionanti di tutto il mio viaggio. Tornato a Manali per proseguire con il nuovo autobus, mi restava solamente qualche ora per visitare il cuore della città, che in effetti non era molto difforme da come mi era stato descritto: per tutti gli angusti vicoli del centro si alternavano una serie innumerevole di botteghe d’artigiani, frutterie, e piccoli negozietti d’abbigliamento con indumenti di lana e di pelle, per lo più provenienti dal Kashmir come nel caso del mio amico, e insieme c’erano calzolai da strada, venditori ambulanti con i loro carrelli, in un delirio commerciale così intenso che si faceva fatica a immaginare che la città vecchia, dove solo un paio di giorni prima avevo potuto godere di una calma proverbiale, distasse appena un paio di chilometri. Per fortuna stavolta non mi fermavo a dormire, e non ho dovuto combattere con i conducenti dei risciò: salire su un risciò in cerca di un albergo, soprattutto nei centri turistici come Manali, voleva dire esporsi a una guerra psicologica snervante, ti demolivano qualsiasi proposito avessi in mente per cercare in tutti i modi di portarti negli alberghi a loro più riconoscenti, dove il loro zelo era ricompensato con una generosa commissione, che ovviamente veniva poi caricata dall’albergatore sul conto dell’ignaro ospite.
Oltre a essere la meta ideale per tanti turisti, Manali era anche la località da cui partivano le spedizioni in autobus o in jeep per arrivare a Leh, la capitale del Ladakh; esisteva pure una via alternativa, quella che passava per il Kashmir, ma era considerata talmente rischiosa da non essere praticamente presa in considerazione. Leh distava due giorni di cammino tra le montagne dell’Himalaya, su un percorso praticabile soltanto in estate, ma era una strada, sebbene persino nei mesi più caldi rimanesse difficile definirla propriamente tale, straordinariamente spettacolare, che puntava dritto al paradiso, o perlomeno ci si avvicinava parecchio. Era la strada più alta del mondo, che tra fiumi, gole, altipiani e precipizi saliva alla ragguardevole quota di 5300 metri sul livello del mare, su un valico dove si respirava a fatica, per poi riscendere fino a Leh, all’ancor rispettabile altitudine di 3500 metri. Era un viaggio impareggiabile, dal fascino supremo, che aveva lasciato estasiato chiunque l’avesse intrapreso, ma con i tempi stretti che avevo io, per quanto mi piangesse il cuore, non potevo proprio permettermelo, e mi sono dovuto accontentare delle foto e dei racconti di uno spagnolo che era appena tornato da lì.
C’era una consuetudine cui oramai, che mi piacesse o no, mi ero dovuto abituare: quando mi sedevo a scrivere da qualche parte, quasi sempre c’era qualcuno che cominciava a girarmi intorno incuriosito, spesso anche più d’uno; mi si piazzavano dietro, in piedi, e guardavano, senza dire nulla. Stavolta, però, un ragazzo indiano, che era venuto a sedersi poco distante, mi ha rubato clamorosamente la scena: aveva con sé una lettera che stava mostrando orgoglioso a un paio d’amici, era scritta in inglese, probabilmente speditagli da qualche vacanziera straniera che aveva soggiornato da quelle parti; in pochi istanti si sono radunate attorno a lui altre dieci o quindici persone che si passavano la lettera di mano in mano, ammiccando, e gli chiedevano insistentemente di rileggerne alcuni passi, commentandoli a colpi di gomito e di risatine maliziose. La situazione mi divertiva, per una volta non ero io l’attrazione, anzi, stavolta, al pari degli altri, ero anch’io tutto preso a seguire l’avvincente trama, almeno finché non è venuta a distrarmi una delle tante ragazzine che giravano per chiedere l’elemosina. Aveva sei o sette anni e, purtroppo, dava l’impressione d’esser navigata in quel mestiere: si era avvicinata con la mano tesa, esordendo con una faccetta implorante e un sofferente piagnucolio, ma le ho risposto sorridendo, così lei ha corretto subito il tiro, ricambiando con un bel sorriso, e continuando poi ad alternare struggenti lamenti a teneri sorrisi, cercando di capire quale delle due tecniche potesse avere maggior presa su di me, lasciandomi consumare nel solito dilaniante eterno e irrisolvibile dramma, quando non si sa se si fa più male a non dare soldi, rischiando di lasciare quei bambini senza alcuna risorsa, oppure a dargli qualche moneta con il rischio, ancora peggiore, di lasciarli lo stesso senza nessuna risorsa, ma in più firmando la loro condanna, dando ragione a chi li tiene a mendicare in strada, perché fanno più tenerezza, e a raccogliere soldi che in molti casi gli vengono poi tolti per finire in bottiglie, in giochi d’azzardo o in qualsiasi altra porcheria.
Quando la bimba aveva ormai preso la sua decisione, puntando tutto sul sorriso, è passata davanti a noi una tipica famigliola nordeuropea in vacanza, due distinti genitori con la loro graziosa bambina dai capelli rossi, che camminava guardando la piccola indiana, finché la mamma, che teneva la sua bimba per mano, non s’è fermata pochi metri più avanti, a guardare delle stoffe in vendita. Le due fanciulle, che dovevano avere gli stessi anni, seguitavano a scrutarsi senza mai staccare lo sguardo, l’indiana con un’espressione indecifrabile ma intensa, penetrante come una lama nel burro, l’altra invece, che sentendosi trafiggere da quello sguardo così acceso appariva più disorientata, stava per accennare un sorriso incerto, ma qualcosa nei profondi occhi neri della piccola mendicante deve averglielo impedito, ed è andata a ripararsi dietro le gambe della madre.
Anche da lì dietro le due giovani coetanee non si perdevano di vista, erano rimaste tutte e due incantate a fissarsi, forse per un minuto, o forse per un’eternità; si studiavano, e in qualche modo si rivedevano una nell’altra, ripercorrevano le proprie giovani esistenze e si vedevano uguali, si scoprivano sorelle. Poi, però, sentivano materializzarsi tutte le differenze che le separavano, scorrevano nuovamente le loro vite e le ritrovavano improvvisamente distanti, la vita di una bambina dai capelli rossi in vacanza, e quella di una piccola indiana che viveva d’elemosina. Continuavano sempre a osservarsi, ma adesso con un animo diverso, tutte e due con un velo di pudore e d’imbarazzo, e forse dietro quegli sguardi si stavano chiedendo tante cose, tanti perché che non riuscivano a spiegarsi, si facevano domande alle quali neppure la semplice e infallibile logica dei bambini era in grado di dare una risposta. D’improvviso, la bambina dai capelli rossi si è sentita tirare la mano e s’è girata: la mamma aveva finito di guardare le sue stoffe. Anche l’altra bambina si è girata, non mi ha nemmeno più guardato, e tutte e due sono andate via, ognuna per la sua strada.
Senza saltare neanche una fermata, nell’affollatissimo e malconcio autobus su cui avevo trovato posto, ci sono volute più di sedici ore di viaggio per arrivare a Dehra Dun, lungo una stradina di montagna percorsa da mezzi più o meno disastrati, in un traffico delirante e, soprattutto per l’incessante accompagnamento sonoro, inconfondibilmente indiano. Il traffico indiano aveva delle regole tutte sue, anzi di regola ne aveva una sola: colpi di clacson senza tregua, un elemento del quale gli autisti non sapevano fare a meno, in particolare i più esibizionisti, quelli dotati di motivi musicali personalizzati che s’inserivano festosamente nel fracasso con un entusiasmo vigoroso e genuino. Anche per i sorpassi si faceva tutto con il clacson, le frecce erano perfettamente inutili, e se suonare non bastava, si sporgevano dal finestrino per segnalare alle macchine in arrivo di rallentare, rumoreggiando ancora più forte con il clacson per farsi capire meglio: a che serve una stupida lucina arancione che lampeggia, quando si può sfruttare l’occasione per strombazzare un altro po’? A peggiorare le cose ci si mettevano pure le istituzioni: tutti i camion portavano dietro delle scritte stampate, tipo “Blow Horn” oppure “Horn Please”, per esortare chi stava dietro all’uso del fastidioso marchingegno acustico. Per gli indiani, già appassionati di quel gioco, l’autorevole incitamento era una vera e propria provocazione, alla quale proprio non sapevano dire di no.


