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Indiario

Ago, 2005 ~ Lascia un commento ~ Written by cobbretto

Ad Agra, sempre con i due spagnoli, abbiamo preso l’ennesimo risciò, vecchio e sgangherato come lo erano la maggior parte, ma questo ha deciso di ribellarsi al carico massacrante di lavoro, e si è provocatoriamente fermato all’improvviso, senza volerne più sapere di ripartire. L’omino è sceso, senza perdere il suo buonumore, ha sistemato alla buona il motore, e ha preso una bottiglia d’acqua sporca che ha versato al posto dell’olio dei freni, esibendo poi con soddisfazione il vigore del motore acceso e la rinnovata efficienza della frenata. L’olio costava troppo, commentava divertito, e di solito per i freni usava il latte, ma se non aveva il latte andava bene addirittura l’acqua, o qualsiasi altro liquido, persino la pipì. Il risciò ci ha lasciati all’inizio di una stradina che attraversava un parco popolato di animali tra cui scimmie, uccelli e piccoli scoiattoli che si dividevano gli avanzi di cibo dei turisti. La verde e rigogliosa via terminava davanti alla porta d’ingresso delle mura, un’imponente costruzione con fregi dal marcato gusto arabeggiante che ospitava al suo interno un piccolo cortile, oltre il quale si giungeva nell’immenso giardino dove, tra aiuole e viali alberati, spiccava la monumentale figura del Taj Mahal, una delle meraviglie del mondo moderno, che offriva da quel punto la sua posa più popolare: la vista frontale che si rifletteva nella fontana, sul lungo specchio d’acqua a forma di croce, per disegnare una delle immagini più classiche dell’India da cartolina.

    Il Taj Mahal appariva come un colosso di marmo dotato di una leggerezza quasi inconcepibile per un’opera delle sue dimensioni, una meraviglia dell’architettura fatta edificare da un imperatore Moghul alla morte della moglie, per donarle il mausoleo più bello che si potesse mai progettare. Era una costruzione smisurata, con la struttura centrale, i quattro minareti che la circondavano, e perfino la terrazza su cui poggiava l’intero complesso, fino ai più piccoli dettagli, fino agli scoli per l’acqua intorno al terrazzo, tutto interamente realizzato in marmo bianco.

Così come da fuori lasciava sbigottiti per l’imponenza, allo stesso modo toglieva il fiato la visita all’interno per i suoi ornamenti, che evidenziavano tutta la pregevolezza della più raffinata arte islamica, con decorazioni magistrali e finissimi intarsi, che disegnavano fiori e ricami colorati, ricavati grazie a un numero incredibile di pietre preziose e semipreziose incastonate nel marmo scolpito. Al centro, sotto un’enorme cupola dagli effetti acustici prodigiosi, e tra gli incredibili intrecci di marmo traforato che delimitavano il sepolcro, riposavano, insieme, l’amata consorte e lo stesso imperatore, che era stato poi seppellito al fianco di lei.

Terminata la visita, sono andato a pranzo con gli spagnoli in un ristorantino con terrazza e vista sul Taj Mahal, dove una scimmia, dopo aver scorrazzato qua e là per i tetti, s’è fermata a un paio di metri da noi, sul bordo del terrazzo. Dava l’impressione di conoscere bene il posto, ed era piuttosto cauta, sapeva di correre un rischio ad avvicinarsi lì; si guardava intorno con l’aria indifferente e fintamente distratta di chi vuole dissimulare una qualche colpa, e intanto ci scrutava con la coda dell’occhio per studiare le nostre reazioni. Nessun pericolo, la stavamo solo osservando, allora anche lei si è voltata verso di noi, a sostenere il nostro sguardo con un atteggiamento sprezzante; era incredibile come gli occhi, la mimica della faccia, le gestualità, avessero un aspetto assolutamente umano, ci guardava con espressioni talmente eloquenti che sembrava ci stesse parlando, pareva dirci, in quell’accento tipico della regione dell’Uttar Pradesh: «Embeh? Che c’è? Che te guardi? Che non ce posso sta’?». L’abile e prudente strategia le ha dato conferma che eravamo soltanto curiosi, e che non costituivamo per lei una minaccia; ha potuto quindi camminare con tutta calma fino al tavolo accanto al nostro, che si era liberato da poco, a spazzolarsi tutti i resti, rovesciando la zuccheriera per farsi una bella scorpacciata di zucchero, leccandosi alacremente le cannucce rimaste nelle bottiglie vuote delle bibite, e non disdegnando qualche rimanenza di sugo dentro i piatti, non molto per la verità.

Lo spettacolo è durato fino a quando il ragazzino che aveva preso le ordinazioni non è tornato su, e vedendola banchettare è corso a prendere lo scopettone, lanciando tonanti imprecazioni che all’avventurosa scimmia dovevano risultare assai familiari, e altrettanto ostili, tanto da farle decidere di darsela subito a gambe, senza nemmeno attendere il ritorno del giovane cameriere.

Appena finito di mangiare, siamo andati in una piccola bottega che vendeva strumenti musicali, dove in mattinata avevo intavolato una laboriosa trattativa per una tromba di discreta fattura, che per lo standard indiano, considerando che non ne avevo viste altre in giro e che, per quanto ne sapessi, non doveva esserci una gran tradizione in materia, voleva dire semplicemente che emetteva dei suoni. All’inizio era solo per gioco, per misurarmi con i maestri dell’arte del mercanteggiare, ma ormai la lunga contrattazione sembrava essere a buon punto, ed era un ottimo regalo per il compleanno di un amico, non volevo lasciarmela scappare. Il seguito della compravendita è stato più ostico di quanto avessi previsto, ma alla fine abbiamo chiuso con una soluzione che pareva lasciare soddisfatti entrambi: lui ha accettato l’ultimo mio prezzo, e in cambio io sono uscito con due trombe, la seconda era per me. Ero contentissimo del nuovo acquisto, per me era un’occasione per tentare d’imparare un nuovo strumento; quello che non avevo assolutamente preventivato, però, era la reazione degli indiani. La loro curiosità cronica già si manifestava normalmente nei confronti di tutti gli stranieri, e si amplificava esponenzialmente se vedevano fare qualcosa di poco comune, che potesse apparirgli più insolito, più stravagante; io, per esempio, me ne accorgevo ogni volta che mi mettevo a scrivere, o quando mi rollavo le sigarette con tabacco e cartine: in quei casi c’era sempre qualcuno che si piazzava lì davanti, immobile, fisso a guardare, ma solitamente non erano troppo invadenti, e ormai ci avevo fatto l’abitudine. Adesso, con le due trombe in mano, avevo per loro una nuova e inoccultabile attrazione, e già solo nei pochi metri fuori del negozio s’era formato un consistente seguito di gente che fingeva di suonare, che si complimentava, o che voleva provarle.

    La giornata è terminata di nuovo in treno; di fronte a me viaggiava una coppia, la donna era appena uscita dall’ospedale dopo un’operazione all’ernia, e il marito le aveva ceduto il suo posto per consentirle di sdraiarsi. Lui era rimasto in piedi, così gli ho fatto cenno di mettersi accanto a me. Mi sembrava una cosa doverosa, anzi, naturale; peraltro, i sedili erano spaziosi, noi eravamo in tre ma potevamo starci benissimo anche in quattro. I due che stavano al mio fianco però, un’altra coppia, non erano dello stesso avviso, e senza muoversi di un millimetro si sono girati dall’altra parte, visibilmente infastiditi, lasciandoci sedere in due su un solo posto. Ancora una volta mi stupivo di come gli indiani, che pure apparivano generalmente ospitali e disponibili in tante occasioni in cui capitava di familiarizzare con loro, a volte cortesi anche fino all’eccesso, fossero invece altre volte, con gli estranei, così prepotenti e irascibili, mostrando spesso, in queste situazioni, un’inaspettata e sconcertante aggressività. Intanto fuori si rinnovavano i paesaggi di campagna, ho avuto modo di ammirare molti altri pavoni, ho visto paludi e laghetti popolati da altri eleganti uccelli dal collo lungo, gli sperduti villaggi tirati su con gli scarsi mezzi di cui gli abitanti disponevano, e lungo i terreni, proprio a causa degli scarsi mezzi, i contadini che concimavano i loro campi nel modo più… diretto: accovacciati e con le brache calate. Poi è uscita una fitta nebbia, il sole è tramontato e tutto s’è fatto scuro.

    Il viaggio non è stato troppo lungo, e sono giunto a Jaipur, in Rajasthan, ancora in tempo per trovare un posto dove alloggiare, almeno fino al giorno seguente: ormai erano quattro notti di fila che dormivo tra autobus, la tavola adibita a giaciglio di Varanasi, e cuccette di treni, e avevo un gran bisogno di un letto vero. Ho preso una stanza in un piccolo albergo e, dopo aver sistemato le mie cose, ho chiesto al portiere dove poter andare a mangiare qualcosa, ma a quell’ora, quasi mezzanotte, il portiere era un po’ disorientato su cosa consigliarmi. In quell’attimo di tentennamento è arrivato in suo soccorso un ragazzo con la moto, appena l’ha visto parcheggiare me l’ha indicato consigliandomi di chiedere a lui: «E’ il mio boss - ha detto - lui saprà aiutarti». Mi sono avvicinato e gli ho teso la mano, per presentarmi, e pure lui si è presentato, stringendomela, anzi, più che stringerla ci si sosteneva, e si è aggrappato anche al mio braccio, con l’altra mano; poi ha provato a parlare, e ha sprigionato una tale vampata di esalazioni alcoliche, che per un attimo ha stordito anche me. Ho cercato di domandargli qualcosa per la cena, ma non si reggeva in piedi, barcollava, faticava vistosamente anche solo a dover pensare quale indicazione potesse darmi. Alla fine, con il volto raggiante per l’improvvisa illuminazione, ha ideato una soluzione più semplice: «Sei da solo? - mi ha chiesto - Vieni a mangiare con me, anch’io devo cenare».

Si è fatto aprire una stanza, s’è accomodato sul letto, e ci siamo messi a parlare: mi ha raccontato del suo lavoro, di quanto gli piacessero le ragazze italiane, della vita indiana, e di Jaipur, dicendo che se mi andava potevo fermarmi in albergo più di una notte, sarei stato suo ospite, e che comunque la mattina dopo sarebbe venuto a svegliarmi per portarmi a fare un giro in moto, per visitare la città. La cena è giunta solo pochi minuti più tardi, ma era un tempo sufficientemente lungo perché lui esaurisse la poca autonomia con cui era arrivato: ha farfugliato qualcosa al cameriere, indicando me, mi ha dato la buonanotte, sempre biascicando, ed è crollato. Il cameriere ha portato quella deliziosa cenetta nella mia stanza, ci ho pensato io a farle onore: sprecarla sarebbe stato un peccato troppo grande.

Quando il portiere è tornato a riprendere il vassoio, mi ha chiesto se avessi gradito, e in seguito, per dare la dovuta enfasi alla prelibatezza del pasto e all’importanza della nuova conoscenza che avevo appena avuto il privilegio di fare, ha tenuto ad aggiungere con aria compiaciuta, indicando i piatti: «Era per il mio boss: quel ragazzo era il mio capo», e poi ancora, disegnando un cerchio in aria con l’indice alzato: «Lui è il padrone di tutto l’albergo!». Mi ha chiesto come mai viaggiassi da solo: non ero sposato? No? Allora ero ancora uno studente? Le due risposte negative l’hanno lasciato alquanto confuso su cosa dovesse pensare, sembrava non gli venisse in mente nessuna motivazione plausibile per giustificare la mia situazione; ha accettato le risposte con aria perplessa, ma senza approfondire, in fondo il mondo è strano e pieno di circostanze bizzarre, inutile farsi troppe domande.

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