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Indiario

Ago, 2005 ~ Lascia un commento ~ Written by cobbretto

La mattina, ovviamente, l’albergatore sbronzo non è venuto a svegliarmi, probabilmente non si ricordava già più nulla della sera precedente. Sono uscito a passeggiare, faceva molto caldo, e ho subito preso la prima bottiglia d’acqua da portarmi dietro, come m’ero dovuto abituare a fare ogni giorno, ripetutamente. Il problema era sempre lo stesso, con cui convivevo oramai dal momento dell’arrivo: si doveva evitare di bere acqua che non fosse imbottigliata, c’era il rischio di stare parecchio male; anzi, le precauzioni suggerite in questi casi arrivano ben oltre, in teoria consigliavano di evitare anche bevande come il tè, non potendo avere la certezza che l’acqua utilizzata fosse correttamente bollita, per non parlare del ghiaccio, da bandire categoricamente, fino a tutto quello che poteva essere stato risciacquato, come la frutta, la verdura cruda, piatti, bicchieri, posate, e addirittura, perfino per lavarsi i denti si sarebbe dovuta usare la sola acqua imbottigliata. Generalmente cercavo di evitare comportamenti ai limiti della paranoia, tanto più che con il genere di viaggi che facevo era impensabile star dietro a regole così rigide, ma procedevo sempre per gradi, facendo maggior attenzione i primi giorni, e poi col tempo, nella speranza che il fisico si fosse adattato, provando ad abbassare un po’ la guardia. Anche stavolta cercavo di non complicarmi troppo la vita con i condizionamenti, conservando tuttavia la necessaria cautela: in altri paesi, tra i tanti considerati a rischio, dopo qualche giorno di prova, ero arrivato anche a bere regolarmente l’acqua del rubinetto, senza grossi traumi, ma qui gli ammonimenti erano ben più rigorosi, e, anche a giudicare dal sistema idrico, non sembrava il caso di azzardare fino a quel punto.

Per la strada, mischiati al solito delirante traffico d’auto, moto e risciò dei grandi centri, cominciava già a spuntare qualche carretto tirato da un cammello, a testimoniare l’approssimarsi del deserto che si estendeva lungo il confine con il Pakistan. Per combinazione ero capitato proprio nel giorno di una ricorrenza religiosa: si celebrava la Dea Parvati, personificazione della femminilità e sposa di Shiva, e nei templi, in particolare quelli con statue o immagini che raffiguravano quelle due divinità, c’era una gran folla di fedeli che veniva a omaggiarli. C’era una bella vitalità, una grande partecipazione, in quel giorno le donne mettevano gli abiti migliori, quelli più colorati, e anche i templi erano tutti colorati e addobbati a festa con fiori, ghirlande e petali arancioni; in qualche tempio distribuivano anche i pasti, e mentre alcuni fedeli mangiavano lì il cibo consacrato, altri arrivavano con la propria spesa, e il cibo se lo facevano benedire dalle divinità per poi riportarselo via, a casa.

All’interno delle mura, l’esotica città vecchia di Jaipur era interamente dipinta dello stesso colore, guadagnandosi il soprannome di “città rosa”, sebbene in realtà il colore delle case desse più sull’arancione. Tonalità e cromatismi a parte, l’effetto monocolore era assolutamente originale, e in più anche le decorazioni sulle facciate dei palazzi condividevano il medesimo singolare stile: erano tutte disegnate, senza rilievi, e persino le finestre sembravano finte, sembravano anch’esse un disegno; tutta la città pareva fatta di cartapesta.

Tra le attrazioni più visitate c’erano il sontuoso Palazzo dei Venti, con le sue finestre traforate a nido d’ape dalle quali, un tempo, le donne di corte potevano guardar fuori senza essere viste, e il Jantar Mantar, un enorme osservatorio astronomico all’aperto, fatto costruire dal maharaja nel XVIII secolo, che somigliava a un parco giochi pieno di forme architettoniche studiate per i vari rilevamenti astronomici, fatte di scale, archi, sfere e scivoli, disposti tra giardini, aiuole e passerelle; il punto più alto di quest’area, in cima a uno dei tanti strumenti, oltre a permettere la lettura di qualche misterioso rapporto tra i corpi celesti, mostrava anche un’esclusiva vista panoramica sulle case e le viuzze del centro storico.

Purtroppo era una zona molto turistica e molto povera, un connubio disastroso che, soprattutto per le strade più centrali, scatenava una vera e propria caccia al turista generalizzata: non si poteva guardare nessuno per più d’una frazione di secondo, se lo facevi non c’era più modo di scappare, indossavano il loro miglior sorriso smagliante e s’avvicinavano a tormentarti senza darti tregua per provare a vendere qualcosa, per cercare di mandarti da qualche amico che offriva servizi turistici, o solo per chiedere qualche moneta. Ancora una volta i più agguerriti erano gli autisti dei risciò, ormai avevo la nausea della loro consueta sequenza di domande automatiche: “Benvenuto in India! Come ti chiami? Da dove vieni?”. Poi i più preparati azzardavano ancora: “Italia? Roma o Milano?”, un paio di frasi a effetto in italiano, e l’affondo finale con un’appassionatissima declamazione su quanto fossero adorabili gli italiani. E se tutta quella fatica non era bastata a guadagnarsi fiducia e simpatie del turista di turno, per chiudere in bellezza era già pronto il jolly: quasi nessuno, infatti, si faceva mancare un fantomatico e rassicurante caro amico italiano, invariabilmente anche lui di Roma o di Milano, che nella maggior parte dei casi si chiamava Marco.

Con il proposito di fare un rapido giro della città, sono finito per salire con uno di questi tanti amici di Marco, che con le sue melense sviolinate è riuscito ad avventurarsi verso derive inesplorate, ben oltre ogni ragionevole aspettativa: diceva di fare quel lavoro esclusivamente per il piacere di conoscere gli stranieri (ovviamente gli italiani più di tutti, incontrare un italiano per lui era sempre una festa), per concedersi il privilegio di accoglierli e di farli stare bene, anzi, mi ha assicurato che il suo unico desiderio era di vedermi felice, lui era felice se lo ero io, salvo poi cambiare un po’ idea quando ho rifiutato di seguirlo in un negozio di tessuti davanti al quale stavamo casualmente passando. E’ diventato molto meno felice, e non mi sorrideva più, nonostante cercassi di spiegarli che, non andandoci, io ero più felice, e che quindi avrebbe dovuto esserlo pure lui.

    Recuperato il bagaglio in albergo per poi correre in stazione, si è ripresentato, di nuovo, il problema degli incessanti “perepè perepè” che mi accompagnavano tutte le volte che a qualcuno cadeva l’occhio sulle due trombe, il che, con le trombe legate in bella vista dietro allo zaino, accadeva praticamente senza soluzione di continuità; mi sono dovuto così affrettare a comprare una nuova borsa, per nasconderle lì e poter arrivare al binario senza il burlesco coro di musicanti. La stazione era affollatissima, come di consueto: sembrava che tutti gli indiani fossero sempre, ininterrottamente, in viaggio, e parecchi lo erano davvero. In piedi, seduti, sdraiati a terra, in ogni angolo c’erano gruppi, famiglie, viaggiatori solitari, distese di corpi lungo tutta la stazione che riposavano, parlavano, mangiavano, nella ricerca perpetua di un posto libero, a praticare quello che in India pareva avessero imparato a fare da sempre: attendere.

Sul treno ho assistito a una tenerissima scena d’amore, uguale a tante altre scene d’amore che si vedevano anche in Italia, ma molto più indiana, se non altro per l’ambientazione e i protagonisti: un ragazzo (indiano) aveva accompagnato la ragazza (indiana) sul treno (indiano anch’esso) ed era risceso poco prima che il treno partisse, per salutarla dal vetro, con lei che lo vedeva allontanarsi e lo guardava con un sorriso triste, mentre gli occhi le si bagnavano di lacrime.

Accanto a lei c’era un simpatico signore dalla voce tonante, che cercava di distrarla; lei si è asciugata le lacrime, e pian piano s’è lasciata coinvolgere dalle sue chiacchiere. Poco dopo, lo stesso signore ha preso a parlare con me, e anche lei s’è prontamente unita alla conversazione. Andava a Jodhpur a frequentare una scuola per diventare insegnante di matematica, doveva fare lì il primo anno, poi avrebbe proseguito gli studi a Jaipur, dove il marito, il ragazzo che l’aveva salutata teneramente alla stazione, aveva un negozio; l’uomo che le sedeva vicino era il padre di suo marito, l’accompagnava a casa di alcuni parenti che l’avrebbero ospitata per i primi giorni, nell’attesa che trovasse una sistemazione. Erano tutti e due estremamente piacevoli, e nel modo più genuino: erano spontanei, socievoli, dei compagni di viaggio deliziosi. Siamo stati per buona parte del tempo a parlare, a scambiarci curiosità sui nostri paesi, sui costumi, sulle abitudini, la religione, la cucina; come la maggioranza dei loro connazionali, erano molto rigorosi nel rispetto delle tradizioni, ma nonostante ciò, e anche in questo rispecchiavano una caratteristica comune tra la loro gente, avevano una mentalità assai aperta, ed erano pronti a confrontarsi, nel pieno rispetto, con modi di vivere e di pensare che potevano apparirgli a dir poco singolari.

Lei era vestita con un incantevole sari rosa, che indossava con la raffinata eleganza delle donne indiane, e anche i suoi gesti misurati esibivano un’inconfondibile grazia indiana, che sembrava non avere uguali al mondo per finezza e armonia. Aveva ventisei anni e dei bellissimi occhi neri, vivi, limpidi, intensi, penetranti; parlandole mi persuadevo di quanto fosse stato un peccato averli visti lacrimare, perché il sorriso sapeva accenderle quegli occhi di una luce radiosa, fresca e travolgente, e una ragazza con occhi così belli dovrebbe poterli far sorridere sempre.

Aveva un atteggiamento del tutto diverso dalle altre ragazze che avevo incontrato; mi era capitato in varie occasioni di avvicinare delle ragazze, anche solo per chiedere un’indicazione, e di vederle reagire con imbarazzo: assumevano un’espressione tesa, disorientata, qualche volta mi avevano risposto accennando una direzione con il capo, altre volte non rispondevano affatto, volgevano lo sguardo altrove, come se rivolgermi a loro fosse stato inopportuno. Lei invece, forse rassicurata dalla presenza del suocero, pareva evidentemente più disinvolta, chiedeva, si confrontava, parlava volentieri. Mi ha descritto certe particolarità della tradizione indiana, della vita delle donne, illustrandomi alcuni dei significati simbolici dell’abbigliamento e dei tanti ornamenti, come il segno rosso disegnato sulla fronte e l’orecchino al naso, che dovevano portare tutte le donne sposate ma che molte usavano fin da ragazze, e l’anellino al dito del piede, che per le donne era il vero simbolo del matrimonio, come per noi la fede nuziale tenuta all’anulare. Proprio del matrimonio abbiamo parlato a lungo anche con il suocero, che mi rimproverava scherzosamente di non aver ancora fatto un passo che alla mia età era assolutamente necessario, anzi, per i costumi indiani, avevo ormai anche troppi anni per trovare moglie: «Si dovrebbe cercarla già durante gli studi, e poi, appena si finisce di studiare e si trova un buon lavoro, viene il tempo di sposarsi, ma non oltre i venticinque o ventisei anni, perché, in una vita che mediamente arriva intorno ai settantacinque anni, un terzo serve per crescere, formarsi e acquisire giudizio e maturità, indispensabili per compiere la scelta giusta, ma almeno due terzi si devono passare in compagnia della propria moglie. Appena torni in Italia devi darti da fare, – mi rimbrottava per gioco - ed è inutile che ti dica di cominciare da subito, da qui, perché tu per l’India sei già troppo vecchio!».

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