Prima ancora di decidere cosa fare, Nicola ha subito smorzato i miei entusiasmi per il bhang lassi: lui l’aveva provato ed era stato malissimo per due giorni, forse per il solito problema con l’acqua corrente, che molto probabilmente usavano per allungare la bibita, o per chissà cos’altro. Sicuramente non sempre faceva quell’effetto, ma per me era meglio non azzardare: per altri due giorni non avrei avuto nessun alloggio, e la prospettiva di passare tutto il mio tempo in un pellegrinaggio tra i bagni pubblici dell’India non era per niente stimolante (almeno nel senso non fisiologico del termine). Siamo andati quindi a Deshnok, un paesino a mezz’ora di autobus da Bikaner, per vedere il luogo di culto più impressionante di cui avessi mai sentito parlare: il tempio di Karni Mata. L’esterno non tradiva nessuna singolarità, era un’elegante costruzione in marmo, con decorazioni sopraffine riccamente lavorate, come tanti altri templi hindu. Dentro, la sua unicità: era un tempio interamente popolato da topi. Passata la porta d’ingresso c’erano centinaia, migliaia di topolini che si aggiravano in tutti gli spazi, mangiavano, dormivano, scorrazzavano, bevevano latte in grosse ciotole, e soprattutto venivano omaggiati e coccolati dai fedeli, perché quelli non erano topi qualunque: i piccoli roditori ai quali era dedicato il tempio erano topi sacri. Per noi un posto del genere può apparire decisamente stravagante, noi solitamente ci terrorizziamo alla sola idea che un topo possa entrarci in casa, loro invece andavano lì apposta per poterli vedere, per venerarli, in un tempio riservato esclusivamente a loro: mondo bizzarro!
Per tornare a Bikaner abbiamo preso un autobus locale, a due piani, come spesso diventavano i mezzi pubblici, in particolare fuori città. In quel genere di autobus a due piani, però, il piano di sopra era un po’ più scomodo, all’aperto: il piano di sopra era il bagagliaio. Ci si andava quando dentro non c’era più posto, per non perdere la corsa, e stavolta è toccato pure a noi: si stava su tra i pacchi, non era un posto di gran pregio, ma con quel caldo nemmeno erano da sottovalutare i benefici di viaggiare all’aria aperta, l’importante era solo tenersi ben saldi al portapacchi.
Procedendo con le visite culturali, siamo andati a vedere il forte, sul consueto stile delle altre fortezze del Rajasthan ma senz’altro tra i più belli; subito dopo sono tornato a recuperare lo zaino, per correre in stazione prima che mi si facesse tardi. Non abbastanza: sono arrivato ancora in tempo ma per un pelo, con la lingua di fuori, e boccheggiando per il caldo e per la fatica della corsa; tra l’altro avevo finito l’acqua, volevo comprarne una bottiglia prima di salire in treno, ma per non rischiare di perderlo avevo dovuto rinunciare. Il treno, quasi vuoto, era già pronto per partire, sono salito e sono andato a occupare il mio sedile, vicino al finestrino.
Fermo al nostro fianco, sul binario adiacente, c’era un altro treno con le porte aperte dal quale si affacciavano due bambini, che stavano in piedi proprio di fronte al mio posto; i due mi hanno salutato, e quando io, con un ampio e rotondo cenno della mano, ho risposto al saluto, hanno reagito con un entusiasmo così impetuoso e irresistibile che aveva dentro di sé qualcosa di commovente. E non soltanto loro: stavano insieme a un uomo, e tutti e tre hanno preso a sbracciarsi, con un trasporto e un’eccitazione sorprendenti, come se davanti a loro ci fosse qualche illustre personalità. L’uomo cercava di farmi capire che i due ragazzini erano figli suoi, me li indicava mostrando tutto il suo orgoglio di padre, poi ha fatto di più, ha voluto presentarmi anche il resto della famiglia: ha chiamato sua moglie per far venire anche lei sul ciglio della porta, con in braccio il figlio più piccolo, l’ultimo nato. Adesso la famiglia era al completo, lui ne era straordinariamente fiero, era chiarissimo: voleva rendermi partecipe di quel suo vanto, e m’indicava insistentemente, uno per uno, tutti i suoi gioielli. Ho catturato quel momento conservando l’immagine nitida di tutti e cinque, rimasti lì in piedi, abbracciati, a salutarmi tra grandi sorrisi, fino a quando il treno non è partito: una delle scene più tenere e più speciali che avessi vissuto dal momento del mio arrivo.
Faceva caldo, ero sempre più assetato, e stavo maturando il convincimento che la sola cosa che avesse davvero senso nella vita fosse una bottiglia d’acqua, o perlomeno una fontanella. La seconda delle due chimere l’ho cercata invano, stazione dopo stazione, tanto ormai avevo rimosso ogni esasperante velleità circa le precauzioni idroalimentari, ma sulle banchine non se ne vedevano e le soste erano troppo brevi perché potessi scendere a cercarne; la prima chimera invece, la bottiglia, me la sono trovata all’improvviso davanti agli occhi, l’ha tirata fuori l’uomo che viaggiava davanti a me: un’abbondante, prosperosa, seducente bottiglia di plastica, piena d’infinite dissetanti limpide e provvidenziali goccioline d’acqua. Deve aver notato qualche mia reazione incontrollata che mal celava l’irrefrenabile bramosia, e mi ha chiesto se ne volessi un sorso. Non era acqua imbottigliata, la bottiglia doveva averla riempita a una fontanella, però con quella sete avrei bevuto anche da una pozzanghera. Non ho saputo resistere.
Con gran sollievo per l’anima ma soprattutto, indiscutibilmente, per il corpo, non ho subito le devastanti conseguenze che avevo temuto, e la mattina mi sono risvegliato, in piena forma, nell’ora in cui l’alba già rendeva visibili in lontananza i primi sobborghi di Delhi. Il deciso incedere del treno verso la città, e il progressivo schiarirsi del giorno, delineavano oltre i campi figure sempre più grandi e più nitide di scenari tristi, dimessi, di capanne mestamente ammucchiate l’una addosso all’altra, di degrado, di montagne di spazzatura. Si potevano avvertire con chiarezza le disperate condizioni della vita indiana intorno alle grandi città, nelle terrificanti concentrazioni di baracche si riconosceva una miseria crudele, spietata; tutto appariva irreale, disordinato, al pari del silenzio che nel vagone quasi vuoto accompagnava lo scorrere di quelle immagini strazianti, dolorose e violente come uno squarcio aperto nella speranza, dentro a tutte le loro speranze.
Sono arrivato in stazione alle sei di mattina con il cielo che, per il mio ultimo giorno di permanenza, aveva già indossato il suo miglior abito grigio; poco dopo, con il treno successivo da Bikaner, mi ha raggiunto Chicca, una ragazza italiana che Nicola aveva conosciuto all’inizio del suo viaggio e che avevamo incontrato per caso davanti alla guesthouse in cui lui aveva trovato alloggio.
Mentre noi andavamo in cerca di un risciò, un treno in sosta si stava colorando tutto di arancione: alla fine di quel binario, chissà quanti chilometri più avanti, doveva esserci qualche festa religiosa, e come sempre i fedeli hindu si spostavano in massa, quasi tutti vestiti di quello stesso colore; spostarsi in massa per gli indiani voleva dire che sarebbero serviti almeno il triplo dei treni che avevano a disposizione, per cui, dovendosi accontentare di quell’unico treno, s’erano ammassati in tutti gli spazi disponibili, fin sopra il tetto (con lo stesso collaudato meccanismo degli autobus a due piani), creando il curioso effetto cromatico color arancio.
Ho dedicato l’intera giornata, come d’altro canto avevo fatto anche gli altri giorni, ad andarmene a zonzo, prendere qualche autobus a caso su e giù per la città, chiedere indicazioni e suggerimenti ai passanti, e vedere tutto ciò che potevo; sono giunto così fino al grandioso Forte Rosso, la fortezza smisurata che dominava la città vecchia, fatta edificare nell’epoca Moghul. In tempi più recenti aveva avuto un ruolo di primo piano nella storia dell’indipendenza indiana, e la massiccia presenza di militari a difesa di quel simbolo, con mitra spianati che spuntavano da sopra le torrette, testimoniava le forti tensioni che tuttora si vivevano nella nazione.
Oltre ai monumenti, quella giornata mi ha offerto un nuovo sguardo panoramico sull’India, più completo che mai, perché Delhi era un concentrato del tutto, dal consueto fino alle forme più eccessive e singolari: molto di ciò che avevo visto durante il mio soggiorno indiano lo ritrovavo lì, tutto insieme, e ogni immagine, ogni atmosfera, ogni aspetto era in qualche modo ingigantito, nel bene e nel male, come sempre accade nelle grandi città. C’erano santoni, c’erano mendicanti, c’erano corvi, cani e mucche smagrite, c’erano scene di vita che ormai m’erano divenute familiari, di uomini che sputavano continuamente a terra, che pisciavano ovunque, accovacciati per la strada, che camminavano con il loro classico inconfondibile passo flemmatico, o di ragazzi che si tenevano teneramente per mano tra loro scambiandosi gesti affettuosi che, al contrario, raramente si vedevano rivolgere in pubblico a una ragazza. C’erano inoltre, più che in qualunque altro luogo, i soliti fastidiosissimi personaggi che “facevano gli indiani”: quelli insolenti e sfrontati che ti passavano avanti e poi fingevano d’ignorarti, di non vederti, quelli screanzati che non conoscevano ringraziamenti né sapevano chiedere scusa. I più scontrosi tra questi probabilmente si davano appuntamento sugli autobus, era di certo il loro ritrovo preferito, perché lì se ne incontravano in quantità industriali: alcuni si mettevano larghi per occupare due posti, e quando gli chiedevi di lasciarti sedere ti guardavano come se gli stessi rubando qualcosa, oppure abbassavano lo sguardo per indicare la parte di sedile rimasta libera, senza spostarsi di un millimetro, e allora non restava che sedersi in quell’angolino, o litigare.
Anche i negozianti, i camerieri, e molti di quelli con cui per qualche motivo avevo occasione di relazionarmi, si mostravano spesso indisponenti: sembrava un fenomeno generalizzato, pareva essere l’atteggiamento naturale della gente di città. Ecco, l’unica cosa che nella capitale si faticava davvero a trovare, erano proprio quelle atmosfere rustiche e genuine che mi avevano conquistato finora, quel senso di cordialità che mi aveva accompagnato nei centri più piccoli, quei continui sorrisi, gli sguardi curiosi, situazioni come quella dell’uomo che dal treno mi presentava i suoi bambini. Anche in questo Delhi non era differente da tutte le altre metropoli del mondo, ma in India questo contrasto era ancora più evidente, perché fuori dalle città gli indiani erano talmente speciali, dolci e curiosi come nessun altro, che dopo un po’ si rischiava di prenderci il vizio. Soltanto in un’occasione un gruppo di ragazzi ha avuto l’ardire di avvicinarsi esibendo lo stesso interesse e la stessa amabilità che avevo conosciuto negli altri posti: si sono seduti vicino a me e hanno cominciato a farmi domande, volevano sapere cosa pensassi dell’India, delle differenze con il paese da cui venivo io, e alla fine siamo rimasti a conversare piacevolmente per più di mezz’ora. Speravo di potermi ricredere sugli abitanti di quella città caotica e a tratti irritante, ma poi hanno precisato che anche loro, proprio come me, si trovavano lì solo per qualche giorno di vacanza: sarebbe stata una sorpresa troppo grande incontrare qualcuno di Delhi con un simile slancio di affabile espansività.
Le donne, rispetto ai piccoli centri, vestivano con maggior varietà di abiti. Molte erano in jeans, ma resisteva egregiamente anche l’uso del sari, tipicamente accompagnato da acconciature più tradizionali, in una ricchissima riedizione delle medesime incantevoli immagini che mi avevano conquistato ripetutamente in ciascuna delle località che mi avevano visto passare: i capelli nerissimi tutti tirati all’indietro, con la riga al centro e una lunga treccia per tenerli legati, il tilak rosso nel mezzo della fronte, e una gran quantità di anelli, bracciali e orecchini, sempre estremamente grandi ed evidenti, con uno più piccolo, dorato, sulla narice sinistra.


