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Indiario

Ago, 2005 ~ Lascia un commento ~ Written by cobbretto

Mi tornavano alla mente, con insistenza, tutti gli infiniti sorrisi entusiastici che i bambini mi avevano dedicato, pensavo di nuovo all’uomo del treno con il figlioletto; probabilmente tutta quella gente neanche se li ricordava più quei momenti, avranno continuato a sorridere a tanti altri, a salutarli, ma io ormai avevo tutti quegli sguardi impressi nell’anima, e sapevo che sarebbe bastato tornare lì, passeggiare nuovamente per quelle strade, per tornare a ricevere nuovi infiniti sorrisi, nuove strette di mano, e a conoscere una miriade d’altre persone che avevano il desiderio di scambiarsi emozioni. Invece adesso mi trovavo in un luogo dove questo non accadeva, era una città triste, dove non si sorridevano nemmeno tra loro; a Mosca, perfino i bambini avevano sempre l’espressione imbronciata. Qualche volta, sulla metropolitana, ne avevo notato qualcuno che mi guardava incuriosito e avevo provato a ricambiare lo sguardo, sorridendo. Niente da fare: appena si accorgevano che li avevo visti, si facevano serissimi e abbassavano subito lo sguardo, imbarazzati, spiazzati, sembrava non sapessero più cosa fare, come se nessuno gli avesse mai insegnato a sorridere.

    Alla prima occasione, con un po’ di tempo libero, sono andato a vedere le principali e imperdibili attrazioni del centro: il Cremino e, al suo fianco, la Piazza Rossa, e anche lì regnava un silenzio inverosimile, si sentivano solo poche e confuse voci, qualcosa d’irreale per la quantità di gente che stava passeggiando in tutte le direzioni. Erano entrambi davvero impressionanti, ma la piazza in modo particolare: era smisurata, così grande che non dava riferimenti, pareva cambiasse misura ogni volta che la si guardava. Erano stati capaci di realizzare un’opera architettonica grandissima, semplice ma colossale, geniale per essere nel centro di una città: lo spazio aperto.

Il programma del mio secondo giorno moscovita prevedeva una visita al mausoleo di Lenin. Ero stato estremamente combattuto prima di prendere la decisione: avevo sempre ritenuto che l’esposizione di un corpo imbalsamato, da dare in pasto agli occhi voraci delle orde di visitatori, fosse una cosa di pessimo gusto, detestabile, tanto più che lo stesso Lenin aveva espressamente rifiutato quell’assurda forma di feticismo. Era un’atrocità inutile, un culto di un corpo inanimato che non aveva nessun senso: non era il corpo quello che doveva essere conservato e mostrato di Lenin, o di qualunque altro grande personaggio, ma solo ciò che di buono c’era nelle sue idee, leggere alcuni dei suoi scritti valeva molto più di una lugubre visita a quel mausoleo. Questo era il mio pensiero, chiaro, netto, indiscutibile e definitivo.

…Ma se poi, una volta tornato in Italia, avessi cambiato idea, giacché per loro natura tutti i pensieri, perfino le convinzioni più radicate, sono sempre soggette a evolversi e a mutare col tempo? E se un giorno mi fossi pentito di non aver lasciato che anche i miei, di occhi voraci, avessero guardato il volto del Piccolo Padre almeno per una volta?

Potevo salvare la situazione solamente con un ingegnoso compromesso: ci sarei andato, ma non sarei andato lì per assecondare un perverso atteggiamento voyeuristico, che ovviamente deploravo, bensì l’avrei fatto con un occhio tremendamente critico, condannando quell’aberrazione, ostentando il mio sdegno e il mio biasimo verso tutti gli altri, che invece ci andavano soltanto per un’insana e morbosa curiosità. In pratica era la classica vecchia infallibile scusa della ricerca sociologica che accampiamo sempre noi snob quando non resistiamo alla voglia di fare qualcosa che ci appare troppo di massa.

Nel decidere, però, non avevo considerato la fila, che nelle due sole ore d’apertura giornaliera raggiungeva misure esagerate: quando mi sono affacciato io, c’era già una quantità inimmaginabile di persone, forse mille, o forse più del doppio, e qualcuno assicurava che di solito la folla arrivava anche oltre. Tutta quella gente mi ha tolto dall’imbarazzo, non ero disposto a farmi un’ora di fila per uno spettacolo che ero subito tornato a giudicare indecente, e adesso stavo anche a posto con la coscienza: se un giorno avessi cambiato idea, c’era sempre quella lunga fila pronta a giustificarmi.

Ogni cosa che vedevo per strada, intanto, continuava a suscitare paragoni: le marcate differenze con una realtà che avevo lasciato solo due giorni prima rappresentavano, nella mia testa, spunti di riflessioni ininterrotte; in questo eccesso di contrasti, uno dei più facilmente visibili, da cui anzi faticavo a distogliere l’attenzione, era lo scioccante passaggio che era partito dai pudicissimi costumi dell’India, dove le donne a malapena arrivavano a scoprire le caviglie e dove proprio per questo gli uomini, da quanto si sentiva dire, erano vittime impotenti di turbe sessuali per gli ammiccamenti di avvenenti attrici su TV e giornali, fino a raggiungere Mosca, l’altro estremo, dove imperversavano scollature e minigonne vertiginose da togliere letteralmente il fiato. Erano spunti di riflessioni ininterrotte, oltre che per la mia testa, anche per i miei poveri frastornati ormoni.

Nel pomeriggio, con altri ragazzi dell’ostello, siamo andati a vedere la mostra di un fotografo russo: da quegli scatti si leggeva un interessante profilo di molti anni di storia russa, che attraversava buona parte del ventesimo secolo. Alcune erano foto artistiche, soprattutto le più recenti, altre, molte altre, erano immagini celebrative di uno stato che anche dalle foto lasciava trasparire la sua indole più propagandistica: su quelle pareti erano immortalate parate militari, imprese di atleti impegnati alle Olimpiadi e in altre competizioni sportive, ai quali era riservato un ruolo istituzionale di straordinaria importanza, operai e contadini che davano prove d’eccezionale efficienza, e altre scene simili intese a glorificare lo spiccato orgoglio nazionale.

Terminata la mostra, ci siamo incamminati per le vie di Mosca in compagnia di un ragazzo russo, studente di architettura, che ci ha illustrato i palazzi di maggior interesse dell’epoca pre-rivoluzionaria, scampati alle distruzioni e risparmiati dalla trasformazione edilizia della città, spesso sconsiderata, del periodo stalinista. Siamo infine passati per un elegantissimo supermercato allestito in un superbo edificio d’epoca, con degli interni incantevoli ricchi di fregi, decorazioni e ornamenti degni di un museo; ne abbiamo approfittato per comprare una bottiglia di vino bianco e tutto il necessario per preparare le pennette al salmone: un’incombenza che spettava a me, era il mio italico contributo al buon esito collettivo della giornata.

Dopo la brillante prova di cucina, e la fine della scarpetta nel pentolone dal prelibato sapore di pesce, siamo usciti per passare la serata in qualche locale; alle solite facce annoiate dei russi, la sera, per le strade, si univano anche frotte di ubriachi, che rendevano il passeggio ancora meno confortevole, mentre all’interno dei locali i ragazzi sembravano decisamente più spensierati: altrettanto ubriachi, ma addirittura, talvolta, curiosamente sorridenti e cordiali. Un’altra interessante curiosità è stato il modo in cui ci spostavamo: ho scoperto un insospettabile circuito parallelo di taxi abusivi che giravano per la città, o per meglio dire, accadeva che buona parte dei moscoviti dotati di auto, diretti all’incirca verso qualche direzione, strada facendo caricassero gente in macchina, dando passaggi a pagamento per recuperare il costo della benzina e guadagnarci anche un po’ sopra; l’usanza era così diffusa che trovare un passaggio, in barba ai più costosi taxi ufficiali, era un fatto praticamente istantaneo. Noi per il ritorno eravamo capitati anche piuttosto bene: ci riaccompagnava all’ostello una fiammante BMW.

Intanto mi accadeva spesso che cercassero di parlarmi in russo: ero incappato pure in una “babushka”, una vecchietta che viveva nell’androne del nostro palazzo, nel sottoscala, che non volendosi rassegnare al fatto che io non capissi la sua lingua, probabilmente anche per una buona dose di arteriosclerosi che l’accompagnava, mi ha tempestato di chiacchiere finché qualcuno non è venuto in mio soccorso; era una delle tante povere “nonnine” che, in una città trasformata e diventata tra le più costose al mondo, vivevano una drammatica condizione di povertà e d’insicurezza, ed era un fenomeno preoccupante e parecchio diffuso in tutto il paese, almeno quando la babushka in questione non otteneva lavoro nei musei, curiosamente popolati di vecchine, o come hostess per l’Aeroflot, anch’esse tutte alquanto in là con gli anni. Oltre a lei, però, c’erano stati molti altri che mi avevano rivolto frasi in russo, e riuscivo a trovare una sola motivazione plausibile. Avevo avuto qualche sospetto già in India: lì il mio taglio di capelli non era servito per niente a confondermi tra gli indiani, anzi il loro atteggiamento non era cambiato di una virgola, tutti capivano in un batter d’occhio che ero uno straniero. A Mosca, invece, spesso mi scambiavano per uno di loro, e allora tutto è divenuto chiaro: evidentemente il parrucchiere indiano che mi aveva tagliato i capelli doveva essere d’origine russa, o almeno doveva aver frequentato una scuola russa di acconciatura, e mi aveva fatto un taglio alla moscovita, non c’era altra spiegazione!

    Tra le altre cose da evidenziare, di sicuro merita un ricordo particolare l’interessantissimo museo Majakovski; per il resto, l’attenzione ricadeva su tante ordinarie scene di vita comune russa, che di comune sembrava aver poco oltre alla stanca consuetudine. Anche l’occasionale visita di un paio di chiese, piene di facce affrante in preghiera, non faceva che appesantire quella sensazione di tristezza opprimente: senza voler entrare nel merito dei diversi culti, ma le funzioni ortodosse riuscivano incredibilmente a essere ancor più addolorate e avvilenti di quelle cattoliche, e lo erano anche le immagini sacre, ben lontane dalle facce allegre e distese delle statue del Buddha, o dalle complesse personalità delle divinità hindu, che magari arrivavano a compiere atti orrendi, alcune animate da caratteri irascibili, a volte brutali, ma che mostravano tutt’altra vitalità.

Quando il tempo a mia disposizione si è esaurito, però, non ne ero affatto compiaciuto, forse andavo via proprio nel momento in cui, in qualche modo, cominciavo ad ambientarmi; tuttavia, a parte il rammarico e gli istinti d’autocommiserazione, non c’era molto da fare, e nel giro di poche ore mi sono trovato a vagare con la mente sulla magia d’aver attraversato i cieli d’Europa volando sopra città, montagne, distese smisurate di terra. Subito dopo, l’impatto del carrello sull’asfalto mi ha riportato alla realtà: fine del viaggio, ero a casa.

    Ho recuperato lo zaino e mi sono avviato diritto verso l’uscita, con passo sostenuto, incontro al finanziere che stava in piedi proprio sul varco a guardarmi fisso dalla soglia. Mi avvicinavo guardandolo a mia volta con la coda dell’occhio, cercando di dissimulare qualsiasi forma di tensione davanti alle sue occhiate inquisitorie. Non ci voleva, non questa volta: non mi avevano fermato quasi mai in tanti viaggi, sapevo che poteva succedere ma perdio, questa volta no, non dovevano trovarla!

Lui mi guardava, lo guardavo anch’io, e la distanza si faceva sempre più sottile. Trenta metri, poi venti, dieci, nove, otto… un accenno di nervosismo e sarei stato fregato. Ho rivolto lo sguardo verso l’uscita, avanzavo deciso per raggiungerla in fretta, ostentando tutta la sicurezza di cui ero capace; in quel mentre lui s’è mosso, e ha fatto mezzo passo verso di me. Cercavo di non fissarlo, ma ci siamo quasi sfiorati, ero attento a qualsiasi singolo rumore: c’era un’assurda confusione di gente che urlava, si chiamava, si riconosceva, si abbracciava, ma io sapevo che se la voce del finanziere avesse emesso anche solo un sibilo, l’avrei sentita chiara e netta sopra ogni altra, mi sarebbe rimbombata nel cervello come se fosse stata l’unica. Quella voce però non è uscita, io ho tirato dritto, di corsa, e mi sono ritrovato fuori: era salva, la mia fogliolina era salva! L’avevo messa a seccare tra le pagine del libro, una deliziosa fogliolina a sette punte di ganja indiana, l’irrinunciabile souvenir che mi ero riportato per ricordo da Naggar.

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