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Indiario

Ago, 2005 ~ Lascia un commento ~ Written by cobbretto

    Sono atterrato a Delhi di notte, verso le tre, e sono uscito dall’aeroporto con un ragazzo di Bologna che era sul mio aereo. L’aria era terribilmente pesante, densa di un’umidità che faceva apparire goffo e faticoso anche il più piccolo movimento. Michele, il bolognese, era diretto in centro città verso una pensione consigliata dalla Lonely Planet, la guida tra le guide, il testo sacro di tutti i viaggiatori. Io no, volevo raggiungere al più presto l’aeroporto nazionale e prendere il primo aereo per rifugiarmi nel sud; all’ufficio informazioni turistiche, però, mi hanno subito anticipato che il biglietto sarebbe stato piuttosto caro, forse valeva la pena aspettare che facesse mattina per provare a sentire il signor Gupta, l’agente turistico di cui avevo l’indirizzo, e soprattutto, a dispetto di tutti i miei iniziali proponimenti di fuga, Delhi m’incuriosiva troppo, non potevo scappare via senza nemmeno entrarci, così mi sono unito a Michele per dividere la spesa del taxi. Da quando ero sceso dall’aereo, cercavo di far mio il forte odore che s’aggrappava alle narici, quell’odore dell’India, di cui aveva scritto anche Pasolini, immancabilmente presente nei racconti di chiunque avesse visitato quel paese, e che, come una misteriosa e indecifrabile idea, da sempre aveva intrigato la mia fantasia. Ancor più che gli odori, però, a colpirmi con un’intensità dirompente erano le scene che mi passavano davanti agli occhi, in una città che sembrava non dormire mai, che anche in piena notte brulicava di un’attività latente, con tanta gente sdraiata per strada in ogni scampolo di posto, svelando senza indugio, fin dal primo sguardo, quegli eccessi di povertà che già sapevo di dover affrontare, ma a cui nessun racconto potrà mai prepararti abbastanza. Dopo parecchi giri a vuoto per tutto il quartiere, alla ricerca dell’indirizzo corretto, finalmente il taxi ci ha lasciato di fronte alla nostra pensione, che però, come accade spesso nei posti segnalati dalla Lonely Planet, era già al completo. Vista l’ora, volevamo buttarci in un angolo e temporeggiare nell’attesa che facesse giorno, ma ci hanno suggerito di non farlo: dicevano che era pericoloso restare tutta la notte in quel punto con i bagagli in vista, e guardandosi attorno non si faticava a crederlo. Eravamo in un vicolo buio e nascosto, una di quelle zone poco rassicuranti che abbondano nelle grandi metropoli, specie in quelle più povere, e la nostra presenza lì aveva già cominciato ad attirare l’attenzione delle persone che dormivano sui marciapiedi, che iniziavano a svegliarsi incuriosite da tutto quel movimento. Quando infine, proseguendo la corsa in taxi, abbiamo trovato una sistemazione in una zona più sicura della città, erano già passate le sei.

Al risveglio non c’era ancora minaccia di pioggia, e dalla finestra entrava un caldo meno opprimente di quanto avessi temuto: forse non era poi così improponibile rimanere nel nord. Nel cortile, su cui si affacciava la stanza, un gruppo di ragazzi giocava festosamente e animatamente a cricket; sono rimasto a osservarli per un po’, era un quadretto sereno, pulito, coinvolgente, ma per me era molto di più, guardavo quella scena con un’eccitazione particolare: per me quel cortile in festa era la prima immagine dell’India illuminata dal giorno. Siamo tornati in centro alla ricerca di un accesso a internet, con la speranza che nel frattempo Mr. Gupta avesse risposto ai miei messaggi, ma non era così; intanto avevo scoperto che gli uffici della sua agenzia erano in estrema periferia, a oltre quindici chilometri di distanza, e per giunta non rispondeva a nessuno dei numeri di telefono che avevo. Provavo a chiamare con insistenza da una piccola agenzia tuttofare, inutilmente, e tra una chiamata e l’altra parlavo con Unis, il ragazzo che lavorava lì, che ne approfittava per cercare di rifilarmi un viaggio organizzato da lui, e a ogni mio tentativo a vuoto col telefono prendeva più coraggio. La proposta era la stessa che mi era stata fatta in altre due agenzie turistiche governative in cui mi ero già imbattuto precedentemente: un incantevole soggiorno in una casa sul lago nelle regioni del nord, alle pendici della catena himalayana, in uno scenario da sogno tra paesaggi naturali di boschi, fiumi, valli e montagne. Rispetto alle mie intenzioni era esattamente la direzione opposta, ma in fondo doveva essere davvero un gran bel posto, e soprattutto era una località dal clima fresco: anche lì per la malaria potevo stare più sicuro, e poi volevo evitare di dovermi fermare un’altra notte a Delhi. Sembrava il luogo ideale in cui rifugiarsi un paio di notti in tutta tranquillità per riordinare le idee e decidere il da farsi, giacché la scelta di svignarmela verso sud cominciava ad apparirmi sempre meno obbligata. Unis poi, oltre ad essere simpatico, pareva un ragazzo a posto, m’incalzava con la sua promozione mostrandomi le foto di Reinhold Messner, che aveva soggiornato su quello stesso lago, intimandomi però di decidermi subito: l’autobus sarebbe partito a minuti, altrimenti se ne sarebbe riparlato solo il giorno seguente. Ho pensato che ne valesse la pena: ormai ero in India, tutto valeva la pena. Dopo aver salutato Michele, che aveva programmi diversi dai miei, sono montato su una specie di risciò a motore che ha portato me e Unis fino al terminal, dove abbiamo continuato a chiacchierare nell’attesa che si radunassero tutti i passeggeri del pullman. Mi ha spiegato che all’arrivo avrei trovato ad aspettarmi un certo Bob, che avrebbe tenuto un cartello con scritto il mio nome: finalmente anch’io avrei provato quest’esclusivo, ambitissimo ed emozionante privilegio! Mi consigliava di trattenermi lì almeno una settimana per fare qualche escursione tra i monti, gli ho risposto che in tutto avevo solo tre settimane… «Già, e tu non vuoi fermarti troppo in un posto perché il tempo è poco, l’India è grande, e tu vuoi vederne il più possibile» ha concluso lui, interrompendomi. Era proprio quello che stavo per dire, mi ha lasciato ammutolito. Poi ha proseguito garantendomi che mi sarei trovato bene e che avrei incontrato facilmente compagnia, perché in questo periodo c’erano delle nutrite colonie di turisti, soprattutto italiani; gli ho risposto che ad agosto d’italiani ne trovi dappertutto, e ancora una volta ha terminato la mia frase: «Certo, e tu invece sei venuto fin qui per conoscere gli indiani, non per stare con gli italiani, che di quelli già ne vedi tutti i giorni quando sei a casa».

No, stavolta non aveva indovinato, il mio appunto era finito lì, avevo solamente espresso un’osservazione sull’abitudine italiana di fare le vacanze ad agosto, senza preoccuparmi della possibilità d’incontrarne, ma ciò non leniva la mia sensazione di smarrimento: malgrado non l’avesse azzeccata in quest’occasione, era lo stesso una frase che avrei potuto pronunciare, anzi, era una di quelle frasi che avevo ripetuto tante altre volte, e lui l’aveva detta di getto, come una formula imparata a memoria. Eppure non tutti la pensavano in quel modo, molti si sentivano più sicuri sapendo di scovare dei conterranei nei posti più sperduti, infatti anche lui, inizialmente, aveva cercato di sbandierare la facilità di trovare compagnia, salvo poi correggere il tiro per cercare di assecondare la mia reazione. Ho realizzato quanto a lui tutte quelle espressioni dovessero risultare scontate, ogni frase appartenente a una ben specifica categoria di personaggi: in realtà, pur provando a vivere un viaggio che apparisse più autentico, fuori dei circuiti più classici del turismo di massa, si resta sempre facilmente riconducibili a degli stereotipi turistici, e il lavoro di Unis, e di quelli come lui, era cercare di classificarli, proprio come stava facendo con me, e mi sconvolgeva capire quanto questo gli riuscisse facile. Dalla sicurezza con cui aveva pronunciato quelle due frasi, ho avuto la netta percezione di come noi occidentali, ognuno con il suo modo di viaggiare, potessimo apparirgli tutti, indistintamente, non più che un luogo comune.

Prima che andasse via, gli ho chiesto a che ora sarei arrivato, lui mi ha risposto con un sorriso bonario: «Amico, sei in India, non chiederti a che ora… Arriverai. Domani, in giornata, arriverai».

    Aspettando che l’autista accendesse il motore, me ne stavo seduto da una parte, col solo intento di guardarmi intorno. Ero appena giunto in un paese nuovo, gli occhi e lo spirito erano ancora vergini, tutto era una continua scoperta, e io ero lì fermo a catturare immagini osservando la vita della stazione, analizzando le facce, le movenze, gli atteggiamenti di tutte le persone che la popolavano. Ogni strada, ogni negozio, ogni angolo di terra rivela sempre qualcosa del carattere e delle abitudini di chi ci vive: ciascun particolare sta lì a raccontare la sua parte di storia. Una stazione d’autobus, di storie, ne ha da raccontare un’infinità, perché è un intenso intreccio d’individui, di esperienze, di trame e di vicende d’ogni tipo, è un intero libro da leggere, e cercavo di indovinarne le pagine più belle dentro quei pochi sguardi fugaci che ancora il tempo e l’autista mi concedevano. Cercavo di sfamare così quel desiderio di conoscere che rende straordinariamente eccitante l’arrivo in una nuova regione, quella voglia di capire dove ci si trova, di apprendere qualunque dettaglio di un ambiente mai visto prima per confrontarlo con le immagini dell’immaginazione, quelle su cui si era tanto fantasticato. In ogni viaggio, quelle prime ore sono la sublimazione della curiosità, dove la curiosità è il sentimento che, più d’ogni altro, ha la responsabilità stessa di aver dato l’impulso ad andare, a scegliere di partire.

Quando il pullman ha preso a camminare, è stato lo scorrere di scene che si presentavano oltre i vetri ad assorbire tutto il mio interesse, a cominciare dal totale caos della città, con l’anarchia che dominava incontrastata nelle costruzioni, nelle forme e nei colori delle case, e soprattutto tra le vie, dove gli stessi passeggeri degli autobus si sporgevano dai finestrini a urlare per chiedere strada nel traffico impazzito, in un delirio di voci e di clacson. Abbiamo proseguito poi nella periferia, tra i carretti, le auto ferme in riparazione, e i coloratissimi cartelloni pubblicitari, che per stile rimandavano la memoria ai nostri lontani anni ’60, per arrivare infine a costeggiare gli affollati villaggi di capanne e casette che si alternavano a brevi tratti di campagna, dove, tra le tante peripezie, abbiamo anche rischiato un incidente per un pavone che attraversava la strada.

    E’ scesa la sera, le luci fioche e distanziate illuminavano a malapena il susseguirsi di motorini e biciclette che si muovevano temerari nell’oscurità senza preoccuparsi troppo del senso di marcia da mantenere, costretti com’erano a impegnativi slalom tra le placide vacche che, incuranti del trambusto che regnava nei centri abitati, sostavano lungo il passaggio. Poi ha iniziato a scendere anche la pioggia, un acquazzone piuttosto insistente che in pochi minuti ha allagato le strade; più che per il volume d’acqua caduta, però, questo accadeva per l’assenza di scarichi, di canali di scolo e di fognature, una carenza strutturale che, soprattutto in quella stagione, con il terreno già abbondantemente umido, rendeva subito critica la situazione dei piccoli centri.

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