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Indiario

Ago, 2005 ~ Lascia un commento ~ Written by cobbretto

Gli indiani erano così, l’avevo sentito dire parecchie volte e anch’io avevo già avuto altre occasioni per accorgermene: erano incapaci di dire di no, perfino per le cose impossibili da realizzare, dire di no gli sembrava scortese, e, se non l’avessi messo alle corde, quel ragazzo sarebbe andato ancora avanti per più di un’altra ora, come stava già facendo, ad accennare scatti tra un piano e l’altro della pensione. L’ho ringraziato, dicendogli di non preoccuparsi: all’ufficio potevo benissimo andarci più tardi da solo.

    Circondata da foreste e frutteti fuori del centro della città, la parte vecchia di Manali, dove si trovava la guesthouse, si presentava come un caratteristico villaggio rurale di montagna, solo in parte contaminato da un turismo che occupava i suoi spazi con decoro e moderazione, senza intaccare i placidi ritmi del villaggio. Gli abitanti avevano facce rassicuranti, di quelle che popolano i monti in ogni parte del mondo, ma insieme, ad ammorbidire le espressioni e gli atteggiamenti a volte burberi dei montanari, avevano i sorrisi limpidi e socievoli che mai abbandonavano gli indiani; della gente di montagna conservavano tuttavia un fondo di discrezione, che per l’India voleva dire semplicemente essere meno invadenti: la cordialità e l’interesse, che pure mostravano, apparivano inequivocabilmente più veri che in città, lassù, infatti, raramente capitava che ti avvicinassero solo per venderti qualcosa, per chiedere un’elemosina, o magari unicamente per guadagnarsi una preziosa novità da raccontare agli amici.

Uno di questi piacevoli personaggi d’alta montagna, un vecchietto che mi aveva riempito di sorrisi mentre conquistava la salita con il suo lento incedere, si era seduto su un muretto, accanto a un suo compaesano, dal lato opposto della strada. Nonostante l’età, sembrava proprio che andasse a lavorare, giacché portava con sé una grossa sega, e che si fosse fermato solo per una pausa, prima di terminare la ripida salita; gli ho sorriso anch’io dandogli il buongiorno, poi ho aperto il taccuino e ho cominciato a scrivere, nell’attesa che si facessero le nove per poter consultare l’elenco telefonico. All’improvviso mi sono accorto di averlo accanto a me, dritto in piedi, immobile; ero preso dalla scrittura e non l’avevo sentito arrivare, finché l’occhio non m’era andato sulle sue gambe, ferme lì vicino da chissà quanto tempo. Ho alzato lo sguardo e ho visto che stava fissando le pagine, ancora fresche d’inchiostro, con un’espressione interessata, come se potesse capire tutto quello che scrivevo; subito dopo ha guardato me con un’aria compiaciuta, senza dire una parola ha dondolato il capo su e giù con ampi cenni, in segno di decisa approvazione, e di nuovo mi ha fatto un sorriso, ancora più tenero dei precedenti, prima di riprendere a salire verso il paese.

Dopo aver ritrovato, a fatica, il nome della guesthouse di Naggar, e aver confermato la prenotazione, ho seguito il consiglio illuminato che mi aveva dato uno degli italiani, imboccando un’anonima viuzza che, senza nemmeno doversi allontanare troppo, conduceva a un fiume racchiuso in un grazioso scorcio naturale. Il cammino saliva oltre il borgo fiancheggiando le piccole case, i fienili e tutti gli abitanti indaffarati nei loro compiti di vita quotidiana, e proseguiva per il fianco della montagna passando accanto alle vasche dei fontanili in cui le ragazze del villaggio, belle come non ne avevo ancora viste dal mio arrivo in India, lavavano i panni ammollo nell’acqua, calpestandoli vigorosamente. C’era da rimanere stregati dalla dolcezza dei loro sguardi timidi, dall’armonia di quei lineamenti delicati, dalla pelle d’ambra che risplendeva tra i colori vivaci delle loro vesti semplici ma incredibilmente eleganti, e soprattutto dalla grazia dei movimenti, che rendevano le loro figure ancor più incantevoli e seducenti. Più avanti, anticipato dal fragore dell’acqua che si rincorreva festosa nel suo letto, si apriva un nuovo spettacolo: ci si affacciava sulla stretta gola in cui il fiume scorreva tumultuoso tra le due pareti di monti, sotto un suggestivo cielo azzurro che riempiva di luce tutta la scena. La stradina diventava poi un ripido sentiero, che riscendeva fino alla riva in un arduo slalom tra le piante di canapa indiana, che spuntavano da ogni lato, e tra gli escrementi delle vacche, che usavano quello stesso tragitto per andarsene al pascolo. Di tanto in tanto passava qualcuno lungo la sponda del fiume, ci salutavamo con un cenno, e i più intraprendenti, persino laggiù, non perdevano l’occasione per provare a vendere le due specialità locali più popolari e più ricercate dagli stranieri: un pregevole zafferano, e soprattutto la charas, il pregiatissimo hashish indiano, senza eguali al mondo per qualità e selezione, che costituiva una delle principali attrattive turistiche della zona.

    Le curve e le case si susseguivano senza sosta sul cammino tra Manali e Naggar, come, senza sosta, proseguivano le attività di chi tra quelle curve e in quelle case ci viveva, di quanti animavano quella via tortuosa affaccendati nei propri lavori. Sorprendentemente, gran parte di questi lavoratori erano donne, alle quali non venivano risparmiati i lavori di fatica; anzi, si sarebbe detto l’esatto contrario: nel tratto in cui stavano ricostruendo il manto stradale, sedute a terra, a spaccare pietre, c’erano solo donne, e anche lungo il resto del percorso ne avevo viste molte altre camminare, a fatica, sul ciglio della strada, dopo essersi caricate sulle spalle tutto il peso del duro lavoro contadino. Accanto a me, sull’autobus locale, c’era un giovane ben vestito e con una gran voglia di comunicare, che gli consentiva di farsi intendere anche a dispetto del suo inglese approssimato. Aveva un negozio, nel centro di Manali, dove vendeva maglioni, scialli, e altri tipici vestiti di lana e di pelle che faceva arrivare dal Kashmir, da dove proveniva anche lui. Le mie buone impressioni sul Kashmir lo gratificavano e lo riempivano d’orgoglio: «Lì la gente crede ancora nelle cose semplici, nell’amore – mi diceva – non come a Manali, dove non c’è altro pensiero che i soldi». Ci sforzavamo di superare le difficoltà linguistiche, non sempre con successo, e intanto la conversazione diventava sempre più confidenziale; mi ha perfino invitato nel suo negozio, in un modo garbato e genuino che ne rivelava l’indubitabile spontaneità: non dava l’idea di essere in cerca del ricco cliente straniero da spennare, pareva piuttosto un invito di cortesia, probabilmente, dopo averne parlato tanto e con tanto trasporto, solo per farmi vedere cos’era stato in grado di realizzare, per mostrarmi la sua attività che aveva avviato con tanta fatica e di cui appariva straordinariamente fiero.

Ha cominciato a farmi domande sul mio viaggio, a chiedermi dell’Italia, e qualunque risposta sembrava aumentare vertiginosamente l’interesse per quel mondo a lui così distante; ogni giorno incontrava un’infinità di turisti in giro per Manali, molti di questi li accoglieva nel suo negozio, e dovevano essergli venute in mente tante cose nel vederli, tante curiosità che pareva volersi togliere tutte adesso, in quell’unica grande occasione di averne uno, seduto di fianco a lui sull’autobus, con cui poter scambiare quattro chiacchiere in libertà. Mi chiedeva del mio lavoro, del perché non fossi sposato, di cosa si facesse in Europa, delle abitudini, della religione, di cosa avesse davvero importanza nelle nostre vite, e mentre parlavamo iniziavo ad avvertire che, malgrado i nostri sforzi, tra noi persisteva una distanza che facevamo fatica a ridurre… Come gli spiegavo le mie idee sul matrimonio, sui rapporti con le donne, sulla religione, su tutte le mie scelte, quando lui non aveva idea del contesto in cui queste scelte erano maturate? Era difficile raccontare un intero modo di vivere, pur nelle sue espressioni più banali, a chi non l’ha mai conosciuto. Le persone con cui di solito ci confrontiamo possono avere idee diverse, ma sono cresciute con la nostra stessa base culturale, che consideriamo scontata, invece parlando con lui mi accorgevo che di scontato non c’era nulla, che era possibile farsi domande anche sulle cose che a me apparivano più ordinarie e inequivocabili, e che le risposte che davo ad alcune domande, che potevano sembrarmi ovvie, non lo erano affatto, anzi si rivelavano per lui una continua strabiliante sequenza di sorprese.

C’era da fare un’ulteriore considerazione, che nasceva proprio dalla sua meraviglia: lui era attento ad ascoltare ogni parola per imparare a conoscere un nuovo mondo, ma forse, in quel momento, anch’io stavo imparando a conoscere meglio il mio mondo, perché da fuori quel mondo non l’avevo ancora mai visto, non avevo mai provato a guardarlo con gli occhi di chi lo osserva per la prima volta. Mi rendevo conto di quanto lui, dai miei racconti, potesse aspettarsi di tutto, qualunque amenità, qualsiasi follia, perché le nostre vite erano così distanti che a lui, l’intera mia esistenza, doveva apparire una lunga, eccentrica e affascinante stravaganza, e provando ad analizzarla forse lo era davvero: non vedevo più la mia realtà come un’entità solida e imprescindibile, ma cominciavo a vedere solo la conseguenza di un avvicendarsi di pezzi di storia slegati tra loro, il risultato di tante coincidenze fortuite che s’erano succedute e poi radicate nel tempo, e quell’insieme di casualità non aveva niente di logico né di determinato, le casualità sarebbero potute esser state infinite altre, e magari io alla fine mi sarei potuto ritrovare comunque lì con lui, in quello stesso momento, ma a raccontare un’altra delle infinite possibili stravaganti realtà. Non abbiamo seguito nessun vero percorso, ma siamo figli di tutti gli eventi che sono passati sulla nostra terra, e ne siamo i figli illegittimi, perché la nostra terra non è stata fedele a nulla: siamo figli di rapporti occasionali tra la nostra terra ed il caso.

    Per scendere dall’autobus mi ha assistito il bigliettaio, e non poteva essere altrimenti, perché lui era l’assoluto e indiscusso padrone del viaggio, mio e di tutti gli altri suoi passeggeri: oltre a riscuotere i soldi per i biglietti, col suo fischietto alla bocca rappresentava su quel mezzo una vera autorità, di volta in volta assegnava i posti ai nuovi arrivati, e riusciva a ricordare la destinazione di ciascuno, facendo preparare al momento opportuno chi stava per scendere e gestendo con disinvoltura, a ogni fermata, i caotici flussi di salita e di discesa.

Giunto a destinazione, sono andato subito a fare un giro per il paesino, dove l’atmosfera non differiva un granché da quella che avevo lasciato nella parte vecchia di Manali, sebbene Naggar, indicata ai turisti più come meta d’escursioni in giornata da Manali che vera località di soggiorno, fosse molto più raccolta: un minuscolo villaggio di poche case che animavano il lato della montagna, con alcune guesthouses e appena qualche negozietto vicino al grazioso castello che dominava la vallata. Anche per la quantità di canapa non era diverso da Manali, anzi ce n’erano piante enormi tra la sterpaglia che adornava le viuzze diramate nel piccolo centro tra case, fienili e botteghe degli artigiani impegnati a lavorare.

Una bottega di falegnameria, anch’essa coi suoi verdi cespugli di marijuana che si affacciavano da tutti i lati, stava proprio davanti alla mia guesthouse; sono rimasto a guardare il lavoro dei due falegnami mentre muovevano ruote e cinghie per azionare le grosse macchine che tagliavano il legno, e ripensavo con un po’ di nostalgia a quando, da bambino, m’incantavo a vedere mio nonno che batteva il ferro nella sua bottega, in tempi in cui in Italia gli artigiani cominciavano già a diventare una rarità. Prima di rientrare sono tornato sulla piazzetta davanti al castello, per non perdermi la splendida vista sulla Kullu Valley, dove un variopinto corteo s’era radunato all’esterno di un tempio e stava celebrando una cerimonia in cui i partecipanti danzavano al ritmo energico della tabla, che rimbombava per tutta la valle fino ad arrivare alle nostre orecchie, sotto un cielo ancora indeciso se riproporre anche stavolta la quotidiana esibizione dei colori del tramonto, o se tenerli nascosti dietro le nuvole, e rimandare lo spettacolo all’indomani.

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