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Indiario

Ago, 2005 ~ Lascia un commento ~ Written by cobbretto

Per cena la proprietaria della guesthouse, una signora coreana, mi aveva proposto del pesce; dopo un’invariabile dieta di sole verdure, cucinate in salse piccanti cariche di spezie, il gusto delicato di un bel pesciolino mi faceva proprio gola, e avevo accolto d’istinto la proposta senza nemmeno aver ascoltato le alternative. Solo un attimo dopo mi si era cristallizzata nella mente la lucida consapevolezza di trovarmi sotto la catena dell’Himalaya, un bel po’ distante dal mare, e che tutti gli scarichi dei villaggi e delle cittadine di montagna non potevano che finire nel fiume, e il colore dell’acqua che avevo visto in fondo alla valle pareva dar credito a questa mia intuizione, così avevo chiesto, un po’ intimorito, che pesci ci fossero e dove li andassero a pescare. Mi avevano risposto che c’era da scegliere: giù, nella valle, c’erano dei pesci piccoli e piuttosto spinosi, mentre più a monte, dove l’acqua era più pulita, si pescavano le trote; non sapevo quanto fosse più a monte, né quanto l’acqua potesse essere davvero più pulita, ma avevo dato il mio entusiastico benestare per la seconda opzione. Forse la scelta era stata azzardata, però la proposta mi era sembrata convincente, e poi nello scegliere avevo utilizzato il mio abituale, benché sbagliatissimo, approccio verso i pasti più “audaci” che m’era capitato di consumare in giro per il mondo: se non fa male a loro, pensavo sempre, perché dovrebbe far male a me?

Accettando il menu dovevo essermi lasciato scappare una bramosa quanto eloquente espressione di desiderio, perché rientrando, all’ora concordata per la cena, ho trovato lei e il suo marito indiano che mi aspettavano impazienti, con la tavola già apparecchiata e i sorrisi compiaciuti di chi sa d’aver colto nel segno. Vista la scena, ho risposto anch’io con un altro sorriso, altrettanto compiaciuto, di chi sa riconoscere i meriti di qualcuno che ha effettivamente colto nel segno. Quando è arrivato il piatto, ho avuto la conferma d’aver fatto la cosa giusta: l’ottima trota era condita con una delicata e raffinatissima salsa di soia, farina, burro e verdure. Una delizia.

    Appena fatto giorno ho ripreso a girare per Naggar ma, viste le piccole dimensioni del posto, a metà mattinata già chiamavo per nome ciascuno dei mattoni di tutto il paese, così, nonostante le mie inseparabili ciabattine infradito fossero poco adatte alla scampagnata, mi sono spinto più su a esplorare i paraggi. C’era un piccolo sentiero che s’introduceva in un fitto bosco e risaliva il fianco della montagna lungo la riva di un ruscello, fino a che il bosco non si schiudeva per lasciare tutto lo spazio aperto a un’armoniosa area verde, regno di uccelli e di grandi farfalle variopinte: un piccolo eden nascosto dove, per forza di cose, non poteva mancare un generoso melo, appesantito dall’enorme quantità di frutti. Vedendolo così affaticato per il dolce ma eccessivo carico, con un lodevole slancio di benevolenza nei suoi confronti, che spero abbia apprezzato, ho provveduto ad alleggerirlo d’un paio dei succosissimi frutti, che mangiati in quel giardino incantato erano ancora più saporiti, le mele più gustose di cui avessi memoria.

Tornato sulla via principale, ho continuato a salire fino al museo di un pittore russo che era vissuto da quelle parti, un’altra piccola isola turistica, dove però gli abitanti apparivano più presi dai propri lavori e dalle proprie chiacchiere che interessati a quanti fossero e cosa potessero comprare i pochi visitatori che s’affacciavano quel giorno nel villaggio, pur non negandogli anche qui una cordiale e solare accoglienza, con i vispi occhi scuri che esprimevano, come di consueto, la loro amabile dolcezza.

Vicino al museo, tra le solite piante di canapa che abbondavano per tutta la via, c’era qualche bancarella per mangiare, e di fronte a quelle, dall’altro lato della strada, c’erano dei bambini che avevano piazzato un paio di tavolinetti per rivendersi le mele che avevano raccolto nei campi e che proponevano con un filo di voce, quasi intimiditi da quel loro ruolo di giovanissimi mercanti. Una di loro mi fissava con uno sguardo tenerissimo, e ha risposto un po’ impacciata a un mio sorriso; quando poi l’ho salutata, accompagnando il saluto con un cenno della mano, forse impreparata, ha avuto prima un piccolo sussulto, e subito dopo quel suo sguardo si è magicamente illuminato, e si è impreziosito di un sorriso radioso, ineguagliabile, che da solo le è bastato per conquistarmi perdutamente, incondizionatamente e senza rimedio.

C’erano anche altri bambini a giocare per la via: in tre, veloci come il vento e ben stretti tra loro, stavano scendendo su un rudimentale carretto costruito a mano, con le quattro ruote fissate su un paio di tavole di legno, mentre un altro gruppetto, dal bordo della strada, stava in fila per buttarsi a turno, a volo d’angelo, su un cumulo di fieno ammassato nel cortile di una casa, qualche metro più in basso; si tuffavano nel vuoto urlando, volavano per alcuni istanti, poi atterravano nel fieno e ci si rotolavano, contorcendosi dalle risate. Tutti quei ragazzini stavano lì a passare il tempo giocando tra loro, e per goderselo non sembrava avessero bisogno di fare acquisti nel miglior negozio di giocattoli, o di comprare quattro pezzi del giocattolo più in voga perché un loro amichetto ne aveva appena comprati tre, né di scaricarsi l’ultima versione del più ambito gioco per il cellulare, o degli avveniristici videogiochi di qualche modernissima console: per divertirli bastava la sola spensieratezza d’essere bambini.

Proseguendo beatamente per il mio avvincente cammino, mi sono infine imbattuto in una vacca mezza scorbutica, che si strusciava con veemenza sul muro di terra che delimitava la strada, agitandosi sempre di più; incornava la parete, e poi scuoteva violentemente la testa, forse innervosita dalla gente che le stava attorno, o magari solo per grattarsi, o ancora, a voler essere più maligni, forse quella fattona di una vacca aveva ruminato lungo il percorso un po’ troppa marijuana, che adesso iniziava a fare effetto. Qualunque ne fosse la causa, si è voltata d’improvviso e ha cominciato a correre dietro a tutti quelli che le capitavano a tiro, tra cui anch’io, che ho partecipato al fuggifuggi collettivo correndo via a gambe levate, molto levate, tanto da perdermi anche una ciabatta prima di riuscire a ripararmi dietro una macchina. Passato il pericolo, sono tornato indietro per recuperarla saltellando su un piede, tra le risate dei ragazzi indiani che erano rimasti a gustarsi la scena.

Al rientro in paese ho trovato una piccola folla radunata davanti a un tempio hindu, avevano appena celebrato un matrimonio ed erano pronti per la partenza del corteo: a fare l’apertura era una piccola banda di musicisti, subito dietro c’era un gruppo in costume da cerimonia che saltellava e cantava accompagnando la musica, e a seguire sfilavano tutti gli altri, gli uomini con un cappello tradizionale e le donne nei sari dai colori più accesi. La sposa spiccava tra tutti nel suo elegante abito di un rosso vivissimo, impreziosito da ricami dorati, gli stessi che decoravano il velo che portava sul capo per coprirsi il viso. Dopo aver seguito per un po’ l’allegro passaggio di canti e di colori, mi sono fermato a pranzare in un ristorantino, dove alla richiesta di assaggiare una qualsiasi specialità locale mi hanno servito una specie di calzone ripieno di una qualche verdura tritata dal gusto singolare, che non riuscivo a identificare bene: sarà stata soltanto suggestione, ma avevo l’impressione sempre più netta di sentire il sapore di marijuana persino lì dentro.

Sazio e riposato, ho ripreso a camminare per i dintorni di Naggar, dove inaspettatamente ho trovato un piccolo museo folkloristico che raccontava, molto in breve, la storia degli abitanti della vallata. All’interno della stessa recinzione c’era anche una scuola, dove un’intera classe di giovani alunne, al primo piano, stava seguendo il corso di danze indiane. Dal finestrone aperto, che dava sul cortile, si vedeva bene una parte dell’aula, e ho indugiato lì davanti per sbirciare la lezione, tra i risolini di alcune delle ragazze. Avevo già visto un accenno di balli tradizionali a Bhagsu, dove la figlia dei proprietari della guesthouse si era esibita in una piccola dimostrazione delle armoniose figure che le insegnavano a scuola, ma senza musica; adesso, con l’accompagnamento musicale, tutte quelle sequenze si vestivano d’una rinnovata eleganza, se possibile anche più grande, più intensa: le raffinate movenze acquistavano ancor più grazia e leggerezza, con i piedi che battevano a terra per marcare la cadenza del ritmo, e le mani che disegnavano ampi gesti, per poi aprirsi verso l’alto a rappresentare vari simbolismi, come il fiore di loto che schiude i suoi petali. Sarei rimasto volentieri a guardare le giovani ballerine e le loro coreografie, ma non volevo disturbare troppo la lezione, così ho ripiegato su una passeggiata nel vastissimo giardino, un parco che si affacciava su entrambi i lati della Kullu Valley, e da cui se ne poteva ammirare l’invidiabile veduta. Tornato in strada, mi sono sentito richiamare da dentro: c’erano due ragazzini, arrampicati su un albero, che si sbracciavano per catturare la mia attenzione. Appena mi sono avvicinato di qualche metro, mostrando una discreta padronanza dell’inglese, mi hanno subito chiesto se avessi con me la macchina fotografica, e di fargli una foto, poi mi hanno domandato di dove fossi. E’ bastata la foto e la prima risposta per scatenarli: mi hanno fatto segno di accostarmi al recinto, e di corsa sono scesi giù dall’albero, per avvicinarsi anche loro.

Il più piccolo dei due, eccitatissimo per la novità, ha chiesto all’altro una penna e si è preparato, con la mano aperta: «Come ti chiami?», «Riccardo» ho risposto io, e lui, scrivendosi sulla mano, ripeteva «Ric-car-do», mentre l’altro gli dava dei colpetti con il gomito confermando a bassa voce «Riccardo, Riccardo», attento che non si sbagliasse. «E tuo padre, come si chiama?», e ha scritto sulla mano anche il suo nome. «Quanti anni hai?», «E tuo padre quanti anni ha?», e a ogni risposta mi bloccava: «Aspetta, aspetta», per avere il tempo di annotare tutto, passando poi a scriversi anche sul braccio, forse per tornare a casa o dagli amici a sfoggiare la sua nuova entusiasmante conoscenza straniera. Gli ho fatto anch’io qualche domanda, per sapere dove vivevano, dove andassero a scuola, e per complimentarmi del loro inglese, poi li ho ringraziati della compagnia e li ho salutati, prima che facesse buio e prima che il piccolo finisse di imbrattarsi tutto il corpo con le mie risposte.

Sono risceso giù in compagnia di un’anziana e piacevole signora che avevo visto lavorare al museo, e che camminandomi vicino aveva provato a dirmi qualcosa in hindi. Abbiamo intavolato un’improbabile chiacchierata in lingue differenti, perché la capacità di comunicare non si lascia imbrigliare da un vocabolario, e la signora, con la sua amabile gestualità e le sue espressioni, era talmente eloquente e comunicativa che in qualche maniera riuscivamo a intenderci: ci teneva a dirmi che non aveva mai imparato a parlare inglese, però l’hindi lo conosceva bene, e con quello, nella sua Naggar, era in grado di parlare con chiunque. Aiutandomi anch’io con i gesti, le ho risposto che mi sarebbe piaciuto studiare la sua lingua per aver modo di conversare con lei, e questo l’ha esortata ad avventurarsi nell’insegnamento di qualche parola, con il viso che le brillava di soddisfazione ogni qualvolta riuscissi a capirne una. Poco dopo sono passate tre studentesse, appena uscite dalla scuola, e lei non ha perso l’occasione: le ha fermate, e si è fatta aiutare da loro per le traduzioni in inglese. Le tre ragazze hanno continuato poi ad accompagnarmi fino al paese, dedicandomi, lungo tutto il tragitto, una prolungata lezione di hindi, e scrivendo su un foglietto tutte le parole che potevano essermi utili fino alla fine del viaggio: un ricco frasario per chiedere informazioni, per prenotare una stanza in una pensione economica, per mangiare e per parlare con gli indiani. Tre maestrine impagabili.

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